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Guardiola-Italia: tessere di un puzzle che non si incastrano

«Allenatore e selezionatore sono mestieri tra loro diversissimi. Distantissimi»
Guardiola-Italia: tessere di un puzzle che non si incastrano
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Guardiola-Italia: tessere di un puzzle che non si incastrano
«Allenatore e selezionatore sono mestieri tra loro diversissimi. Distantissimi»
Arno Rossini: «Pep non si può discutere ma, lavorando sul campo 60 giorni l'anno, avrebbe bisogno di tempo per ottenere risultati con giocatori che hanno una cultura diversa dalla sua».
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MILANO - Josep “Pep” Guardiola è il miglior allenatore del mondo? Non esiste una classifica ufficiale, una sorta di ranking FIFA (non che quello sia condivisibilissimo) a sancirlo. Chiedendo agli appassionati e dando un’occhiata alla bacheca che il 55enne ha saputo costruire dal 2008, anno in cui si è seduto per la prima volta sulla panchina di un club professionistico, di dubbi sembrano però essercene pochi. Nella corsa potrebbe entrare Ancelotti, forse Klopp, il livello (altissimo) è in ogni caso quello. Quello di un top assoluto. 

E da Pep Guardiola spera di ripartire l’Italia che, accortasi che di gloria non può campare e che tre mancate qualificazioni consecutive a un Mondiale non possono essere considerate un caso, sta attuando un pressing asfissiante. Come quello di una squadra che deve recuperare un gol quando alla fine di una partita mancano solo pochi minuti. 

Paolo Maldini e Leonardo, rispettivamente nuovo direttore tecnico e consigliere della FIGC, stanno tentando di convincere il tecnico catalano a sposare il progetto azzurro. Hanno messo sul tavolo tutte le carte a loro disposizione e sono in attesa di una risposta. Una risposta che, forse, potrebbe cambiare la traiettoria del calcio della vicina Penisola.

«Discutere l’allenatore Guardiola non si può - è intervenuto Arno Rossini - è un vincente, uno che della sua idea di calcio ha saputo fare un modello. Qualcuno ha dei dubbi? Basta che vada a guardare quello che ha vinto, a Barcellona, al Bayern Monaco e poi in dieci anni al City, per avere una risposta. Detto ciò, riconoscendo la grandezza del catalano, non sono sicuro che sia l’uomo giusto per l’Italia».

Lo abbiamo appena incensato.
«Come allenatore. Ma ora è stato contattato per fare il selezionatore. Sono due mestieri tra loro diversissimi. Distantissimi. Nel primo caso tu sei con il tuo gruppo per 300 giorni l’anno. Hai il tempo per incidere a livello tattico e mentale. Per convincere i giocatori a muoversi e a pensare in un certo modo quando sono in campo. Nel secondo caso, invece, se puoi lavorare con i calciatori per 60 giorni a stagione è già tanto. E in così poco tempo cambiare il volto a una squadra è estremamente difficile».

Bene l’aspetto tattico, ma la testa? Si sta comunque parlando di professionisti.
«Che sono nati e cresciuti con un certo tipo di calcio, legato alla cultura del loro paese. Non sto parlando di giusto o sbagliato, solo di diverso. Guardiola, esponente del pallone spagnolo, che parla di possesso, di determinati movimenti… si troverebbe a lavorare con calciatori ai quali prima di tutto è stata insegnata l'importanza della fase difensiva. Mi sembrano due tessere di un puzzle che non si incastrano. Non dico che non sia fattibile, solo che servirebbe molto tempo per vedere dei risultati. Servirebbe pazienza. E, dopo tre mancate qualificazioni consecutive al Mondiale, in Italia di pazienza non ce n’è più».

Perché, allora, Maldini e Leonardo stanno facendo un tentativo?
«Perché, appunto, stiamo parlando di un grandissimo allenatore e, soprattutto, di un “personaggio” il cui valore è riconosciuto nel mondo del calcio. Per rivitalizzare l’Italia, i due dirigenti hanno scelto una terapia-shock. Riuscissero a convincere il catalano, con il quale dovrebbero riorganizzare l’intero movimento partendo dalle giovanili, guadagnerebbero poi tempo e tranquillità. Un lavoro del genere non lo puoi infatti valutare in due mesi: il loro operato potrebbe essere giudicato solo tra un quadriennio. Tempo nel quale la pressione non sarebbe sulle loro spalle».

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