«Questa generazione non è eterna. Tre finali in tre anni? Ripetersi non è scontato»

La ferita della finale persa è ancora aperta, ma Félicien Du Bois guarda oltre: il cinque contro tre mancato, la maledizione delle finali senza gol e un futuro che potrebbe essere meno brillante dell'ultimo triennio.
La ferita della finale persa è ancora aperta, ma Félicien Du Bois guarda oltre: il cinque contro tre mancato, la maledizione delle finali senza gol e un futuro che potrebbe essere meno brillante dell'ultimo triennio.
ZURIGO - Lacrime d’argento. Quelle versate dai giocatori svizzeri dopo una finale che lascia ferite profonde. Per la terza volta consecutiva la Nazionale vede svanire il sogno mondiale proprio sul più bello. E questa volta il dolore è forse ancora più intenso: la sconfitta è arrivata in casa, davanti al proprio pubblico, al termine di un torneo praticamente perfetto, con nove vittorie in altrettante partite. A rendere tutto ancora più amaro è una maledizione dai contorni incredibili: tre finali consecutive senza segnare nemmeno una rete. Oltre 200 minuti giocati per il titolo mondiale, zero gol all’attivo. E nell’hockey, come in qualsiasi altro sport, senza segnare non si vince. Per analizzare questa nuova delusione abbiamo interpellato l’ex nazionale Félicien Du Bois, 124 presenze con la maglia rossocrociata, un’Olimpiade e sei Mondiali alle spalle.
Cos’è mancato alla Svizzera per compiere l’ultimo passo?
«Per me il momento decisivo della finale è stato l’inizio del secondo tempo. Quando hai quasi due minuti di cinque contro tre, con il ghiaccio pulito, devi approfittarne. Non esserci riusciti è un vero peccato. Anche perché il secondo periodo è stato nettamente il migliore dei tre. Sarebbe bastato trovare il vantaggio per cambiare completamente l’inerzia dell’incontro. Poi, nel terzo tempo e all’overtime, sono situazioni che possono pendere da una parte o dall’altra. Ma il punto chiave resta quella doppia superiorità numerica. Forse anche il tempismo non ci ha aiutati: è arrivata a cavallo della pausa e questo ha dato ai giocatori quasi venti minuti per pensarci, prepararla, studiarla nei dettagli. A volte, invece, queste situazioni funzionano meglio quando vengono giocate d’istinto. Il risultato è stato che non siamo praticamente mai riusciti a renderci pericolosi. E sono momenti che decidono una finale. Ho un amico che conosce molto bene l’hockey e mi ha scritto: "Nei prossimi due minuti si gioca il Mondiale". Aveva ragione. Anch’io ho avuto esattamente quella sensazione».
Dopo un torneo dominato e 48 reti segnate, la Svizzera ha chiuso la terza finale consecutiva senza gol. Come si spiega un dato simile? C’entra la componente mentale?
«È difficile dare una risposta certa. Sicuramente l’aspetto mentale incide. Già nel primo tempo ho visto la squadra un po’ contratta, consapevole della posta in palio. I nostri giocatori arrivavano spesso con una frazione di secondo di ritardo e si percepiva la tensione. Poi, più il tempo passa senza riuscire a segnare, più tutto si complica, soprattutto quando alle spalle hai altre due finali concluse a secco. Detto questo, non bisogna buttare via tutto: la Svizzera ha disputato una buona partita dal punto di vista difensivo e alla fine la finale è stata decisa da un singolo tiro».
Dopo una delusione del genere, per di più nel Mondiale casalingo, questo gruppo ha ancora un futuro insieme? O alcune delle stelle più esperte potrebbero salutare?
«Penso che qualche cambiamento ci sarà, ma non posso fare nomi: sarebbero soltanto speculazioni».
Nel frattempo il presidente della Federazione ha annunciato le sue dimissioni. Come vede il futuro della Nazionale?
«Mi aspetto anni un po’ più difficili. Tre finali in tre anni rappresentano qualcosa di straordinario e non dobbiamo dimenticarlo. Soprattutto, non dobbiamo considerarlo la normalità».
Fino a una decina d’anni fa sarebbe stato impensabile...
«Questa è una generazione d’oro. Ma guardando al futuro e confrontandoci con le grandi nazioni, dobbiamo riconoscere che non disponiamo dello stesso bacino di talenti. Non voglio essere pessimista, però credo che nei prossimi anni sarà più difficile restare stabilmente a questi livelli. Forse torneremo a considerare il raggiungimento dei quarti di finale come l’obiettivo principale. Nessuno ha la sfera di cristallo, ma non mi sorprenderebbe vedere la Svizzera, nei prossimi cinque anni, occupare posizioni più centrali della classifica mondiale piuttosto che lottare costantemente per l’oro».








