Torna quel ragazzo che fece commuovere Piazza Grande

Gianni Morandi sarà di nuovo in Ticino, il 4 ottobre al Palexpo Fevi. E la memoria inevitabilmente corre alla sera in cui rese omaggio all'amico Lucio Dalla. E rivela: «Vorrei morire su di un palcoscenico».
Gianni Morandi sarà di nuovo in Ticino, il 4 ottobre al Palexpo Fevi. E la memoria inevitabilmente corre alla sera in cui rese omaggio all'amico Lucio Dalla. E rivela: «Vorrei morire su di un palcoscenico».
LOCARNO - Lo ricordano molto bene coloro che erano in Piazza Grande la sera del 4 agosto del 2012. Lucio Dalla era morto da appena 5 mesi, stroncato da un infarto a Montreux. A Locarno Gianni Morandi, l'amico di sempre, ospite del Film Festival sale sul palco e gli rende omaggio cantando proprio Piazza Grande. Il dolore era ancora fresco. Si commuove lui. Ma soprattutto si commuove un'intera piazza. «Mi ricordo benissimo quella sera. Ero lì per presentare un film. È stata una grande emozione per me cantare Lucio». Morandi torna a Locarno. Sarà al Palexpo Fevi il 4 ottobre per l'ultima tappa del tour "C'era un ragazzo 2026".
Cosa si prova ad arrivare alla fine di un viaggio così lungo? Hai iniziato in primavera?
«Non posso dire "finalmente", perché è stato un viaggio bellissimo. Ogni sera incontri gente nuova, e a me piace molto questo lavoro: viaggiare, conoscere, cantare in mezzo alla gente. Un po' mi dispiacerà, sono in un bellissimo posto e me lo ricorderò. Però è sempre una chiusura».
Torniamo alla sera del 4 agosto del 2012 in Piazza Grande. Era la prima volta che omaggiavi Lucio dopo la sua morte.
«Con Lucio ci conoscevamo da quando eravamo ragazzi: lui è del '43, io del '44. Quando io cantavo già, lui suonava il clarinetto, ed eravamo entrambi tifosi del Bologna, andavamo a vedere le partite della nostra squadra, che in quegli anni vinse anche lo scudetto, nel '64. Abbiamo mantenuto sempre un rapporto di amicizia, poi lui ha scritto canzoni per me, abbiamo fatto un lunghissimo tour insieme, più di 100 date, siamo andati in tutto il mondo: dalla Russia all'America, al Canada, alla Germania. Lucio è stata una persona speciale».
Locarno Film FestivalGianni Morandi al Locarno Film Festival nel 2012Cosa ti manca di più di lui?
«Quando giro per Bologna mi sembra sempre di vederlo uscire da una chiesa o da un angolo. Mi sembra che ci sia ancora in ogni angolo della nostra città. Io venivo da un piccolo paese di montagna e andai ad abitare a Bologna. Ci conoscemmo in un'occasione particolare: eravamo a Taormina, per una manifestazione della RCA dove c'erano tutti i cantanti, e parlammo del Bologna. Da allora... Mi manca la sua allegria, il suo prendersi in giro da solo, ma anche organizzare scherzi con gli altri, e i momenti vissuti insieme su un palcoscenico, in grande amicizia».
GettyUn'amicizia fraterna: Gianni Morandi e Lucio Dalla si conoscono in una manifestazione musicale a metà anni sessanta. Gianni era già famosissimo. Lucio era ai primi passi e faceva fatica a imporsi. Situazione che si è poi ribaltata negli anni settanta.Il tour si intitola "C'era un ragazzo". Se dovessi spiegare a un quindicenne che non ti conosce - e già mi sembra fantascienza - chi è Gianni Morandi, cosa gli diresti?
«Non lo so nemmeno io. Un ragazzo partito dalla montagna che ha incontrato la fortuna, quasi casualmente, perché non pensavo certo di fare il cantante. La mia curiosità, la voglia di cercare sempre cose nuove, mi ha aiutato a non fermarmi davanti alle difficoltà. Consiglio ai ragazzi di studiare, di leggere, perché serve sempre nella vita. E di non vivere solo sui social, ma di creare un rapporto vero, faccia a faccia con le persone, perché oggi questo ha tolto il piacere di stare insieme in compagnia».
Papà calzolaio, mamma casalinga, canti nella canzone "Monghidoro" scritta per te da Jovanotti. C'è un'abitudine del ragazzo di Monghidoro che ti è rimasta intatta nonostante fama e successo?
«Quella di non dimenticare mai da dove vieni. Siamo tutti nelle mani del Signore, del cielo. Non bisogna mai perdere il contatto con le proprie origini, né perdere la testa in certi esperimenti».
In concerto ripercorrerai la tua storia musicale. Brani famosissimi. C'è una canzone della scaletta che durante questo tour ha assunto un significato diverso rispetto al passato?
«Sì, una canzone scritta da Giovanni Caccamo, un grande autore secondo me, siciliano, che si intitola 'Canzoni'. Racconta cosa sono le canzoni nella vita di una persona — anche nella mia — quanto la musica faccia compagnia, quanto le canzoni ci ricordino momenti dell'infanzia, della giovinezza, dei nostri incontri e delle nostre sofferenze. È una canzone molto intensa, con cui tra l'altro chiude lo spettacolo».
Hai attraversato l'epoca dei 45 giri, dei 33 giri, delle musicassette, dei CD, fino ai file musicali e Spotify. Qual è il cambiamento che ti ha sorpreso di più?
"La tecnologia. Oggi posso pubblicare una canzone su un telefonino e la possono ascoltare contemporaneamente in Canada, in Cina, in Africa. Una cosa impensabile ai miei inizi. Mi ricordo quando uscivano i 45 o i 33 giri: ti sedevi, appoggiavi la puntina, e sentivi per la prima volta qualcosa che era stata annunciata ma mai ascoltata. Oggi dopo mezz'ora l'hai già sentita dieci volte. Forse oggi è tutto un po' più superficiale: dopo una canzone ne arriva un'altra, e un'altra ancora. Molte si perderanno, ma forse era così anche una volta».
Spesso viene citato il tuo titolo "Uno su mille ce la fa" a dimostrazione che con la tenacia si può vincere nella vita. Qual è stato il momento in cui hai pensato "ce l'ho fatta davvero"?
«Quando sentii per la prima volta la mia voce uscire da un jukebox, nel '62. La canzone era "Andavo a cento all'ora". Mi sembrava incredibile che la mia voce potesse uscire da lì e che le persone potessero ascoltarla. Poi il momento di gioia massima è stato vincere Canzonissima nel '69: si vendevano milioni di copie di 45 giri in pochi giorni».
E il momento più difficile da cui hai imparato qualcosa?
«Sono stati duri gli anni '70, quando mi sono accorto che la musica era cambiata, che ero stato tagliato fuori, e lì ho pensato persino di smettere e fare un altro mestiere. Poi le cose si rigirano e ricominci. La mia carriera è divisa in due: la prima parte facile degli anni '60, poi molta fatica negli anni '70, quasi sparire dalla circolazione, e poi ricominciare negli anni '80. Le canzoni di quel periodo, penso a 'La caccia al bisonte' scritta da Ivano Fossati, erano bellissime, ma il pubblico che mi sentiva cantare 'In ginocchio da te' non si riconosceva in quei dischi».
"C'era un ragazzo" compie 60 anni. Era il 1966 quando la presentasti per la prima volta. Oggi la canti in modo diverso rispetto a quando eri giovane?
«Certo. Quando la cantai la prima volta non avevo la consapevolezza di quelle parole, ero più superficiale. Cantarla oggi è diverso, e rimane una canzone sempre attuale, perché c'è sempre qualche guerra».
Sei venuto tante volte in Ticino. La prima volta nel 1965.
«Sì, ci sono state tante occasioni. Ho sempre pensato: con tutto quello che succede in giro, sarebbe bello abitare in un posto più tranquillo come questo. Dà la sensazione di un posto molto più sereno. Mi piacerebbe tanto andare a trovare Rita Pavone quando vengo qui, abbiamo condiviso una vita insieme. E anche Mina, che amo».
A dicembre saranno 82 anni....
«So già cosa vuoi chiedermi. Ti dico solo che non sono capace a stare fermo. Mi piacerebbe chiudere la mia carriera e la mia vita su un palcoscenico».








