«Il fabbricante di angeli»: una serie sul caso Methernitha

Un racconto visivo originale che intreccia memoria, trauma e resilienza attraverso le voci di ex membri e materiali d’archivio inediti.
Un racconto visivo originale che intreccia memoria, trauma e resilienza attraverso le voci di ex membri e materiali d’archivio inediti.
BERNA - Il Locarno Film Festival il prossimo 6 agosto presenta in anteprima mondiale la serie documentaria in quattro puntate "Il fabbricante di angeli", che affronta il caso di Paul Baumann, fondatore della comunità religiosa di Methernitha. La regista zurighese Marina Klauser presta voce alle persone coinvolte.
Baumann, scomparso nel 2011 a 94 anni, ha fondato Methernitha negli anni '50 a Linden, nel canton Berna, e ne ha plasmato l'identità per decenni. Con il nome "Vatti" (diminutivo di Vatter, per "papi") esercitava una grande influenza sui membri della comunità. Quando nel 1976 accuse di abusi sessuali nei confronti di Baumann divennero di dominio pubblico, è stato aperto un procedimento penale.
L'uomo è stato condannato alla fine di ottobre dello stesso anno a sette anni di carcere per "atto di libidine su fanciullo" e "atto di libidine con minori affidati alle sue cure" (denominazioni oggi scomparse dal codice penale), nonché per tentata istigazione alla falsa testimonianza. È tornato in libertà dopo cinque anni.
La serie di quattro episodi racconta in modo avvincente come Baumann abbia creato con Methernitha un sistema isolato e come alcuni ex membri abbiano rotto il silenzio.
Inoltre, Klauser è riuscita per la prima volta a ricostruire ciò che è accaduto dopo il rilascio di Baumann nel 1982. Per la regista, tuttavia, la storia non è iniziata con lui, ma prima nella sua stessa famiglia.
Da discorsi di famiglia a progetto di un film
Klauser, classe 1985, ha scoperto solo otto anni fa che i suoi nonni facevano parte della comunità religiosa in qualità di membri esterni. Sua zia Käthi, una delle protagoniste della serie, ha trascorso la sua adolescenza e i primi anni della sua vita da adulta in seno a Methernitha. "Considero un privilegio poter parlare di un argomento che mi riguarda personalmente", afferma Klauser in un'intervista concessa a Keystone-ATS.
Nella sua famiglia non si parlava quasi mai di quel passato; la generazione più anziana non voleva riaprire vecchie ferite. Lei stessa si è sempre interessata alla spiritualità, alla religione e al femminismo. Nella storia di Methernitha c'è tutto ciò: questioni relative alla fede, ai rapporti di potere e allo sfruttamento delle donne.
Lunga ricerca per i testimoni
Dopo aver discusso con sua zia, Klauser ha subito capito che non voleva raccontare questa storia da un unico punto di vista. Ha parlato con più di 50 ex membri della comunità religiosa. Molti si erano trasferiti, si erano sposati o avevano cambiato cognome; spesso ha dovuto cercare singole persone per mesi.
Con ogni intervista, il quadro si andava delineando sempre di più, e Klauser ha scritto una sceneggiatura. "La storia si racconterà da sola", ha constatato la regista durante il lavoro. Anziché destini individuali, si è formata poco a poco una narrazione comune di quelle donne e di quegli uomini che si erano opposti alle pratiche di Baumann.
Il fatto che alcune delle persone coinvolte abbiano infine accettato di apparire davanti alla telecamera non era affatto scontato. Klauser ha condotto numerose interviste preliminari. Non voleva riprendere nessuno per cui sussistesse il rischio di un nuovo trauma. Durante le riprese era disponibile un supporto psicologico.
Una sfumatura linguistica le sta particolarmente a cuore: le persone della sua serie non sono vittime, ma sopravvissuti; con la loro partecipazione al progetto hanno contribuito consapevolmente a decidere come raccontare la loro storia.
Della ricerca ha fatto parte anche la raccolta di materiale storico. In collaborazione con l'archivio fotografico dell'agenzia di stampa Keystone-ATS, la troupe cinematografica ha digitalizzato numerose fotografie che giacevano dimenticate nell'archivio da decenni. Alcune di esse sono ora visibili per la prima volta nella serie.
Scarabei, caleidoscopio e casa delle bambole
Klauser ha riflettuto a lungo sul linguaggio visivo del suo primo documentario. Fin dall'inizio le era chiaro che non voleva né mostrare esplicitamente gli abusi né attirare l'attenzione su Baumann. Per il suo film, Klauser ha cercato un linguaggio visivo in grado di tradurre ricordi e traumi senza riprodurli alla lettera.
Nella serie compaiono ripetutamente degli scarabei, un riferimento all'interesse di Baumann per la mitologia egizia. Questi insetti si muovono all'interno di una casa delle bambole e interagiscono con l'ambiente circostante.
Chi pensa che queste sequenze siano state generate al computer si sbaglia. Le scene danno l'impressione di essere animate, tanto gli insetti sembrano addestrati, eppure le riprese sono state realizzate con scarabei veri. "Ci sono voluti soprattutto pazienza e piccoli accorgimenti", afferma Klauser. Gli scarabei, ad esempio, seguivano la luce, e molte riprese sono riuscite solo dopo diversi tentativi.
Accanto a ciò, un caleidoscopio e la casa delle bambole stessa fungono da motivi ricorrenti. Il caleidoscopio è da un lato un gioco infantile, dall'altro rimanda alla percezione distorta delle persone all'interno della comunità. La casa delle bambole, a sua volta, simboleggia contemporaneamente l'infanzia rubata alle vittime e il mondo isolato di Methernitha. Klauser ha tradotto consapevolmente le esperienze traumatiche dei protagonisti nel linguaggio visivo di un bambino. I dettagli degli abusi non corrispondevano agli intenti delle regista. L'aspetto decisivo, secondo lei, era evitare il voyeurismo.
Ritrovarsi a Locarno
Per Klauser, la prima a Locarno della serie documentaria prodotta dalla casa di produzione zurighese tellfilm in collaborazione con la Società svizzera di radiotelevisione (SSR) e il canale televisivo in lingua tedesca 3sat rappresenta ben più che la conclusione di un progetto cinematografico pluriennale. Quasi tutti coloro che compaiono davanti alla telecamera saranno presenti. Molti di loro si rivedranno per la prima volta dopo decenni.
Klauser riassume con semplicità ciò che dovrebbe rimanere impresso della serie documentaria: spera che gli spettatori apprezzino il coraggio delle donne e degli uomini che hanno raccontato la loro storia. E spera che "Il fabbricante di angeli" ricordi quanto sia importante guardare in faccia la realtà, invece di distogliere lo sguardo.*
*Questo testo di Anais Sommer, Keystone-ATS, è stato realizzato con il sostegno della fondazione Gottlieb e Hans Vogt.




