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La polemica sulla “regina” delle chitarre in salsa ticinese: «Caduta di stile, non la ricomprerei»

Mettere il marchio registrato all'iconica Stratocaster? Fender, l'azienda che la produce, ci sta provando facendo arrabbiare artigiani, venditori e musicisti. Anche alle nostre latitudini.
Deposit/Sierre Blues Festival - Christophe Losberger
La polemica sulla “regina” delle chitarre in salsa ticinese: «Caduta di stile, non la ricomprerei»
Mettere il marchio registrato all'iconica Stratocaster? Fender, l'azienda che la produce, ci sta provando facendo arrabbiare artigiani, venditori e musicisti. Anche alle nostre latitudini.

LUGANO - Forse non la prima in assoluto, ma sicuramente la più prorompente e iconica in assoluto. La Fender Stratocaster, con le sue linee sinuose, dagli anni '60 continua a definire il look della chitarra elettrica anche nel nuovo millennio ed è fonte d'ispirazione costante tanto per grandi produttori quanto per gli artigiani.

Secondo l'azienda che la produce forse... anche troppo. È di qualche settimana fa la notizia che Fender ha inviato una supercautelare relativa proprio alle chitarre ree di essere «troppo simili» alla storica creazione di Leo Fender.

Non è la prima volta che il marchio americano tenta di farsi valere in tribunale (finendo praticamente sempre per perdere) ma questa volta la base legale è una recente sentenza di una corte europea (tedesca, per la precisione) che le ha dato ragione, in una causa intentata a un'azienda cinese accusata di “taroccare” le sue chitarre.

Colpite dalla diffida, aziende grandi ma anche liutai artigianali, che dovranno distruggere tutte le chitarre in “stile Stratocaster” o pagare un obolo di 250'000 dollari per ogni esemplare.

Una “prova di forza”, questa, che non è piaciuta sul web con un coro indignato fra content creator e testate specializzate schierate a condannare quella che viene percepita come una mossa puramente legata alla “ragion di mercatura” e che rischia di impoverire il panorama della liuteria (e della musica in generale).

Se sul web infuria la bufera, nella realtà più pragmatica dei negozi ticinesi si può parlare al massimo... di un venticello: «Francamente non è che se ne parli molto e anche io mi sono dovuto informare un po' sul web e ho scoperto che c'è un sacco di gente parecchio arrabbiata», ci conferma Daniele Cuzzocrea dell'R&D Sound nel cuore del Quartiere Maghetti. Il suo negozio da decenni è rivenditore riconosciuto del marchio.

«Qualcuno che è entrato e mi ha detto: “Ma se l'ha fai la Fender?” c'è stato ma niente di più... tra l'altro a noi rivenditori che spesso abbiamo sugli scaffali anche altri strumenti non è arrivata nessuna indicazione...», conferma.

E i musicisti locali, come l'hanno presa? Lo abbiamo chiesto a Mattia Mantello, “fenderista” di lunghissimo corso e chitarrista blues e insegnante, che di Stratocaster e Telecaster ne ha scarrozzate parecchie sui palchi nostrani (e non).

Malgrado il grande amore, o forse proprio per quello, non si risparmia: «Per quanto mi riguarda è stata una grande caduta di stile e un boomerang piuttosto clamoroso», commenta Mantello, «è probabile che tutto sia partito dalla dirigenza, da qualcuno non del tutto aggiornato su come funzionano oggi le cose, e infatti ha finito per ritorcersi contro».

Non aiuta il fatto che il marchio non sia certo in un momento di grazia: «Secondo me, quando hai un prodotto di qualità e punti sui tuoi punti di forza, non hai bisogno di intraprendere battaglie legali di questo tipo per restare tra i grandi nomi. Questo tipo di mossa fa pensare piuttosto a una difficoltà nel rimanere al passo con i tempi. La realtà è che la qualità non è più quella di una volta e oggi esistono marchi che offrono strumenti migliori a prezzi più bassi. Per questo sembra più un tentativo di arginare un problema strutturale dell’azienda», aggiunge.

«Alla fine, ciò che paga davvero è sempre la qualità. Per un po’ puoi compensare con strategie di marketing, collaborazioni e grandi nomi, ma nel lungo periodo, soprattutto chi usa questi strumenti in modo professionale, cerca alternative che funzionino meglio».

E per quanto riguarda il boicottaggio? «Mah oggigiorno se si volesse davvero fare le persone coerenti si dovrebbe boicottare praticaemente tutto», scherza, «personalmente non penso che arriverei a ”grattare via” la scritta dalle mie chitarre», ride, «però se fossi un nuovo acquirente e dovessi scegliere oggi probabilmente non comprerei più Fender».

In vista di un trasferimento Oltremanica, Mantello non ha quindi molti dubbi: «Le mie chitarre le lascerò qui in Ticino, a Londra ne cercherò un'altra e non sarà una Fender. Non per una questione ideologica, ma perché sul mercato ci sono opzioni con un rapporto qualità-prezzo decisamente migliore. Il marchio da solo ormai non basta più».

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