«Nessuno vuole mio figlio»

La disperazione di Anita, madre di un ragazzo autistico. Due anni fa il giovane ha lasciato la scuola in seguito ad alcuni problemi. E ora vive in un limbo.
LOCARNO - Yoan si avvicina con fare ironico e simpatico. Tende la mano. Come fanno i personaggi importanti. Lui è un ragazzo di 16 anni che vive a Locarno. Segni particolari: è autistico. E questa sua caratteristica gli sta creando non pochi grattacapi. Sua madre Anita è disperata: «Yoan è a casa da due anni. È fuori da tutto. Nessuno lo vuole più».
Una situazione nel limbo
Va fatta subito una precisazione: nella Svizzera italiana si fa tantissimo per le persone autistiche (per saperne di più si legga il box in coda). Ed è un dato di fatto. Ma ci sono casi particolari. Come quello in cui sembrano essersi infilati Anita e suo figlio. E a tal proposito, nel riferire la testimonianza della madre, va considerata anche l'emotività con cui la donna sta vivendo una situazione oggettivamente fattasi pesante e per cui forse ci sarebbe anche una soluzione.
«Due anni fa mio figlio frequentava ancora le scuole medie speciali della Morettina – rammenta Anita –. Poi ha avuto problemi con un compagno e da lì sono iniziati i disguidi. Dapprima si è tentato di cambiare classe a Yoan. Ma non si è trovato bene e ha avuto delle crisi. In seguito si è provato a iscriverlo a un programma di orientamento. In questo modo Yoan avrebbe potuto fare degli stage e vedere se ci fossero delle professioni che gli piacessero. Anche lì però è andata storta».
Frustrazione e rabbia
La storia di Anita riassume tutta l'angoscia di chi vorrebbe il bene di un figlio autistico. «Ormai da due anni Yoan è fuori dal sistema formativo e sembrano non esserci opportunità di reinserimento né scolastiche, né lavorative. È drammatico perché ora lui si sta abituando a "non fare niente". E in più una parte di lui si accorge di questa situazione. E questo si manifesta in episodi di frustrazione e rabbia da parte sua. Non è violento con me, ma quando ha le sue sfuriate è difficile gestirlo».
Anita e Yoan vivono grazie ad aiuti statali legati all'invalidità. «Anche mio marito, che non abita più con noi, contribuisce a suo modo e ci dà una mano – dice Anita –. Personalmente sono molto stanca. Dedicarmi a Yoan è diventato il mio "lavoro". Ho dovuto lasciare la mia precedente attività professionale. Per fortuna posso contare sull'aiuto di un infermiere di Spitex Humaniti che ci fa visita un paio di ore a settimana. Con l'aiuto di un amico stiamo cercando di inserire mio figlio in un istituto adeguato. Sull'altro fronte però sono cauti. Perché sanno delle crisi che ha avuto Yoan e quindi forse si inizierà con due mezze mattinate a settimana».
Le "colpe" di una madre
Ha la faccia triste, Anita. Le viene da piangere. «Yoan ha avuto dei momenti di aggressività e di forte stress. In Ticino ci sono strutture che potrebbero darci una mano. Le autorità sono al corrente di questa situazione. E purtroppo c'è chi sostiene che la "colpa" sia anche un po' mia perché sono tanto attaccata a lui. Beh, è normale che come madre io sia legata a mio figlio. E in realtà è più lui a essere attaccato a me. Decisamente. Per il resto cerco solo di fare del mio meglio affinché lui sia un pochino tutelato».
Nel frattempo Yoan esce a fare una passeggiata con un signore che abita in zona. È un amico di famiglia. Uno con cui Yoan si sente al sicuro. Felice. Libero di parlare di calcio e di musica, le sue due grandi passioni. «Yoan – conclude mamma Anita – è anche un ragazzo molto dolce. Ha semplicemente bisogno di ascolto e di fiducia. Da tempo chiediamo aiuto e non sta succedendo quasi nulla. I vari uffici ci dicono che non possono fare molto. Chiediamo che qualcuno ci dia una possibilità».
Il DECS: «Siamo molto attenti»
«Il Ticino presta grande attenzione all’accompagnamento scolastico e formativo delle allieve e degli allievi con disturbo dello spettro autistico». A evidenziarlo è Mattia Mengoni, capo della Sezione della pedagogia speciale per il DECS. Mengoni non si esprime, per ovvie ragioni, sul caso specifico di Yoan. Ma illustra nel dettaglio ciò che accade in generale.
«Negli ultimi anni – spiega –, grazie a una maggiore conoscenza del fenomeno, si sono sviluppate diverse modalità di presa a carico. Prima dell’inizio della scuola dell’obbligo, il sostegno è garantito attraverso le terapie offerte dai Servizi dell’educazione precoce speciale, dal progetto IPI, in collaborazione con il Gruppo Arcobaleno dell’OTAF, e da terapisti e terapiste private. Durante la scuola dell’obbligo, invece, gli allievi possono beneficiare di un sostegno individuale all’interno delle classi regolari oppure seguire un percorso di scolarizzazione speciale, in classi a effettivo ridotto o in sezioni o classi inclusive».
Ma cosa succede se un allievo non potesse più proseguire il percorso? Quali opzioni ci sono? Ancora Mengoni: «Tutte le allieve e tutti gli allievi vengono accompagnati fino al termine della scuola dell’obbligo, adattando progressivamente le misure di sostegno sopra descritte. Qualora i bisogni di accompagnamento diventino più rilevanti, si fa riferimento a istituti specializzati che offrono percorsi di scolarizzazione speciale in un contesto più protetto, all’interno del quale vengono erogate anche prestazioni terapeutiche».
E generalmente cosa accade a quei ragazzi con problemi di autismo (ma anche con altre difficoltà) che hanno più di 16 anni e non possono più essere inseriti in un contesto di scuola media? «La scuola speciale prevede, al termine della scolarizzazione dell’obbligo, un percorso di orientamento della durata di uno o due anni, a seconda della situazione individuale. Qualora questo progetto non andasse a buon fine, gli allievi vengono dimessi con un percorso definito che coinvolge la rete di sostegno e garantisce un accompagnamento adeguato. In questo ambito è particolarmente rilevante il lavoro svolto dai servizi del Dipartimento della sanità e della socialità, che, attraverso i propri uffici, si occupano dell’accompagnamento dei giovani adulti in difficoltà o alla consulenza offerta dalla Fondazione Ares».



