Dai colpi in banca alle auto da rally: la Svizzera e i milioni della banda corsa

Le rivelazioni di un ex collaboratore e gli atti delle inchieste francesi ricostruiscono i sospetti sui legami tra la Brise de Mer e la Svizzera.
GINEVRA - «In Svizzera, ciò che interessava a Francis Mariani era poter riciclare denaro realizzando investimenti più redditizi che altrove: attività commerciali, bar o il rally».
A parlare è Claude Chossat, ex uomo di fiducia del boss corso Francis Mariani, soprannominato «il Diavolo». Seduto in un hotel-golf nel sud di Bordeaux, racconta i retroscena della Brise de Mer, il gruppo criminale che per oltre 25 anni ha dominato la malavita francese e che aveva ramificazioni anche in Svizzera.
La paura della vendetta: «La morte non risparmia nessuno»
L'intervista è riportata da Le Matin Dimanche. Chossat iniziò a collaborare con la giustizia nel 2009, dopo essere stato arrestato a Saint-Julien, vicino a Ginevra, dove si era trasferito con la famiglia. Per anni aveva seguito Mariani, anche quando nel 2008 il boss uccise con un kalashnikov Richard Casanova, uno dei fondatori della banda. Oggi teme più le vendette dell'ambiente criminale che la giustizia: «La morte non risparmia nessuno in questo mondo».
Secondo Chossat, la Brise de Mer movimentava enormi quantità di denaro: dai proventi delle rapine, tra cui il colpo da 30 milioni di franchi all'UBS di Ginevra nel 1990, fino agli introiti dei circoli di gioco gestiti dal gruppo. Il denaro veniva poi trasferito e reinvestito in Corsica, Svizzera, Italia e Spagna.
Una delle strategie consisteva nell'acquistare attività in difficoltà, immettendo capitali di origine illecita per rilanciarle. Una volta diventate redditizie, potevano essere vendute, permettendo di recuperare denaro ormai apparentemente legale.
«L'open bar del riciclaggio»
Negli anni Duemila, secondo l'ex collaboratore, Ginevra rappresentava un punto centrale. Mariani poteva contare su alcuni intermediari in grado di depositare grandi somme in contanti e creare società rapidamente. «Era un eldorado, un open bar del riciclaggio», racconta Chossat.
Tra le attività utilizzate vi sarebbe stata anche una società di cartomanzia che vendeva medaglioni portafortuna, con campagne pubblicitarie basate su false testimonianze di clienti. Gli autori dei testi pubblicitari, secondo Chossat, potevano ricevere stipendi fino a 12'000 franchi al mese, mentre gli associati arrivavano a incassare decine di migliaia di franchi.
I soldi investiti nel rally
Un altro settore privilegiato era quello delle auto da rally, una passione dello stesso Mariani. Attraverso contatti e società in Svizzera e Alta Savoia, il boss avrebbe investito centinaia di migliaia di euro nella preparazione di vetture da competizione. «Si parla di 150'000-200'000 euro per auto, con rendimenti intorno al 10% annuo», afferma Chossat.
Gli investigatori francesi hanno successivamente esaminato proprio questi investimenti, ipotizzando un sistema di riciclaggio attraverso il mondo del motorsport. Un rapporto del 2014 sottolineava che il gruppo criminale aveva accumulato enormi profitti in contanti e che avrebbe potuto sfruttare anche la «discrezione svizzera» per mettere al sicuro ingenti somme.
I conti bancari aperti a Lugano e Ginevra
Un altro elemento al centro delle indagini è un taccuino recuperato da Mariani dopo l'uccisione di Casanova. Al suo interno vi sarebbero stati numeri di conti bancari aperti a Ginevra e Lugano e riferimenti a cassette di sicurezza, per un valore superiore ai 7 milioni di euro.
Negli anni successivi la Svizzera è tornata al centro delle inchieste sulla criminalità corsa, in particolare nell'indagine «Émail Diamant» contro il clan Petit Bar. Secondo gli atti giudiziari, Ginevra avrebbe rappresentato un crocevia per il transito, l'occultamento e il reinvestimento di fondi illeciti, anche attraverso beni di lusso come orologi e opere d'arte.
Tra il 2018 e il 2020, secondo l'accusa, sarebbero state effettuate decine di transazioni per orologi di valore compreso tra cinque e sei cifre. Oggetti utilizzati non solo come investimento, ma anche come strumenti per mascherare trasferimenti di denaro e creare false giustificazioni finanziarie.



