Trump sotto accusa: «Ha perso, l'America ora è più debole»

L'accordo con l'Iran scatena forti critiche sia tra opposizione che alleati interni, alimentando tensioni politiche negli Stati Uniti.
NEW YORK - «Una sconfitta e un'umiliazione: ora l'America è più debole». Il presidente statunitense Donald Trump finisce sotto accusa per l'accordo strappato all'Iran. Dai quotidiani The New York Times a The Wall Street Journal, passando per The Washington Post e gli esperti, le critiche al protocollo d'intesa tra USA e Iran fioccano. Scetticismo sull'intesa trapela anche dal Congresso a maggioranza repubblicana dove tutti, anche gli alleati del presidente, chiedono lumi e spiegazioni su un accordo che nessuno ha avuto ancora modo di vedere.
Difendere i risultati
Per dirimere le polemiche, Trump ha lanciato il vicepresidente James David Vance (conosciuto come J.D. Vance) affidandogli l'arduo compito di difendere i risultati raggiunti. In un susseguirsi di interviste dall'emittente televisiva "amica" Fox alla "nemica" Ms Now, il vicepresidente pacifista e contrario alle guerre oltreoceano ha risposto a tutte le accuse e cercato di smorzare le critiche, non sempre però con successo.
Le polemiche per il fondo da 300 miliardi
Le aspre polemiche sul fondo da 300 miliardi di dollari (238 miliardi di franchi al cambio attuale) per la ricostruzione, al quale Teheran potrebbe accedere se rispetterà tutti gli obblighi, infatti non si sono placate. E le indiscrezioni sullo scetticismo della Cia, i servizi segreti civili statunitensi, sulle reali intenzioni di Teheran hanno contribuito a scaldare ancora di più gli animi, complicando il già difficile lavoro di Vance.
Secondo il sito di notizie politiche Axios, prima dell'annuncio dell'accordo il capo dell'agenzia John Ratcliffe ha avvertito il presidente che le informazioni di intelligence raccolte sollevavano seri dubbi sulla disponibilità dell'Iran a concedere le aperture chieste dagli Stati Uniti sul nucleare in un eventuale accordo definitivo.
Nelle frenetiche riunioni che hanno preceduto l'annuncio, la voce della Cia non è rimasta isolata: anche il segretario di Stato Marco Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth hanno infatti sollevato timori ed espresso preoccupazioni sull'Iran. Trump però ha ignorato tutti decidendo di chiudere in ogni caso.
«Pressione politica interna»
Il presidente ha ceduto alla «pressione politica interna», ha osservato il board editoriale di The Wall Street Journal criticando la «ritirata» dall'Iran dopo aver per mesi difeso la guerra in Medio Oriente. Il comandante in capo «ha perso questa guerra» e gli Stati Uniti emergono dal conflitto «indeboliti militarmente, diplomaticamente ed economicamente e ne pagheranno le conseguenze strategiche per anni», ha commentato invece The New York Times.
Democratici sul piede di guerra
I democratici sono sul piede di guerra: l'intesa - a loro avviso - è molto peggiore di quella siglata dall'ex presidente Barack Obama. «Più dettagli veniamo a sapere, peggio è», ha tagliato corto il senatore Andrew Schiff. Quello firmato è solo il «concetto di un accordo», ha criticato l'ex vicepresidente Kamala Harris facendo eco allo scetticismo espresso da Obama. «È improbabile che un eventuale accordo sia significativamente diverso o migliore rispetto a quello che avevamo e che ha funzionato a lungo prima che gli Stati Uniti si ritirassero», ha detto l'ex presidente.
Fra i repubblicani la tensione è evidente. «Non ne so abbastanza per esprimersi», si è limitato a commentare il leader dei repubblicani in Senato John Thune, esortando l'amministrazione a fornire in tempi stretti informazioni dettagliate sull'intesa. Una richiesta condivisa anche dal falco Lindsey Graham, alleato del presidente. «Ritengo fondamentale che l'artefice dell'accordo, il vicepresidente Vance, insieme ai suoi partner negoziali, partecipi al processo di presentazione dell'intesa finale al Congresso», ha spiegato ricordando che per legge il Congresso deve esaminare ed approvare qualsiasi accordo sul nucleare iraniano.
Un test cruciale
Per Trump si tratterà di un test cruciale: se il Congresso dovesse bocciare la sua intesa, ne uscirebbe indebolito e all'angolo. Senza contare le conseguenze che i repubblicani si troverebbero a pagare alle elezioni di metà mandato e, forse, anche nel 2028 quando in campo potrebbero esserci Vance e Rubio a sfidare il governatore democratico della California Gavin Newsom, appena finito nel mirino del Dipartimento di giustizia.



