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Trump si contraddice? «Tutti sapevano di Epstein»

L'ammissione risale al 2006 e appare in contraddizione rispetto alle sue ripetute dichiarazioni sul non essere stato a conoscenza di nulla
Imago
Fonte ats
Trump si contraddice? «Tutti sapevano di Epstein»
L'ammissione risale al 2006 e appare in contraddizione rispetto alle sue ripetute dichiarazioni sul non essere stato a conoscenza di nulla

NEW YORK - «Grazie al cielo lo state fermando. Tutti sanno quello che fa». Era il 2006 quando Donald Trump si congratulò con l'allora capo della polizia di Palm Beach per le accuse pubbliche, le prime, a Jeffrey Epstein. Parole che ora lo inseguono e lo perseguitano alimentando i dubbi su quanto il presidente realmente sapesse del pedofilo.

Trump non è comunque l'unico a tremare nella sua amministrazione di fronte alle rivelazioni sull'ex finanziere. Così come la politica americana non è l'unica a risentire dell'onda lunga dello scandalo: dai documenti pubblicati su Epstein spunta infatti anche il nome dell'uomo d'affari degli Emirati, il sultano Ahmed bin Sulayem.

Nel 2005 ricevette una email in cui il pedofilo gli scriveva: «mi è piaciuto il video di torture». Fra i due, presentati probabilmente da Andrew Farkas, investitore immobiliare di New York e rampollo della famiglia che sta dietro ai centri commerciali Alexander, i rapporti erano stretti. Tanto che nel settembre 2015 il sultano raccontò a Epstein di una ragazza, scendendo nei dettagli. «Ha padre russo e madre cipriota. L'ho incontrata due anni fa e frequenta l'università americana a Dubai. Si è fidanzata ma ora è tornata con me. Il miglior sesso che abbia mai fatto, un corpo fantastico», gli aveva scritto.

Lo scambio di email conferma la rete globale che Epstein era riuscito negli anni a tessere e dalla quale aveva tratto la sua fortuna. Una delle figure chiave del successo finanziario del pedofilo era Les Wexner, il miliardario fondatore del gruppo L Brands che gli aveva affidato la gestione di tutti i suoi averi e poi lo aveva denunciato per furto, ottenendo il pagamento di 100 milioni dal pedofilo. Mentre i dettagli sull'ex finanziere morto suicida in carcere continuano a rincorrersi, le polemiche e le critiche contro il Dipartimento di Giustizia si moltiplicano.

I democratici l'hanno accusato di aver censurato inutilmente e senza motivo molti file continuando con quell'insabbiamento che si protrae da mesi. «In sole due ore di accesso ai file non oscurati abbiamo trovato i nomi di almeno sei uomini» che non avrebbero dovuto essere censurati, hanno denunciato osservando come le email oscurate appaiono contraddire quanto Trump rivendica da tempo, ovvero di aver cacciato Epstein da Mar-a-Lago. Tra questi nomi - rivelati dai due deputati dem - oltre a quelli di Ahmed bin Sulayem e di Les Wexner, anche altri quattro: Nicola Caputo, Salvatore Nuara, Zurab Mikeladze e Leonic Leonov, come riportano i media Usa.

In particolare, secondo la rivista New Republic, Caputo sarebbe l'ex eurodeputato italiano poi divenuto assessore regionale in Campania e oggi - passato a Forza Italia - consigliere per l'export del ministro degli esteri italiano Antonio Tajani. Mentre Nuara sarebbe un ex contatto della polizia di New York presente nella rubrica di Epstein.

Tornando a Trump, pur ritenendosi assolto dalle carte pubblicate è consapevole dei rischi che i dettagli contenuti nei file rappresentano. L'aver ammesso che «tutti sapevano» di quello che faceva Epstein appare in contraddizione rispetto alle sue ripetute dichiarazioni sul non essere stato a conoscenza di nulla. Eppure nella telefonata del 2006 al capo della polizia di Palm Beach il presidente fece espressamente riferimento - riporta il Miami Herald - alle adolescenti con cui il pedofilo si accompagnava oltre a descrivere Ghislaine Maxwell come l'«agente» di Epstein, una «malvagia che pensa solo a se stessa».

Sotto pressione anche la ministra della Giustizia Pam Bondi, che si prepara a difendere il suo operato sul pedofilo durante l'audizione davanti alla commissione giustizia della camera. Su di lei sono puntati gli occhi della Casa Bianca, ma anche delle vittime di Epstein che chiedono giustizia. Trema anche il segretario al Commercio Howard Lutnick: in Senato ha respinto le richieste di dimissioni e si è difeso a spada tratta spiegando di non avere nulla da nascondere su Epstein. Ha però ammesso di aver visitato l'isola del pedofilo, alimentando ancora di più la bufera che si è scatenata nei suoi confronti.

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