Julian Marley: «Il reggae unisce. Il Grammy? Non fa una carriera»

Intervista al figlio del leggendario Bob, protagonista insieme ad Alpha Blondy del concerto dell'8 luglio di Nevermind Music Fest
BELLINZONA - Un vincitore del Grammy Award sta per arrivare a Bellinzona. È Julian Marley, che sarà protagonista di una serata nel segno del reggae mercoledì 8 luglio al Parco Urbano, nell'ambito di Nevermind Music Fest.
Figlio del leggendario Bob, il 51enne sarà alla testa della sua band, The Uprising, per uno show che prevede un altro mostro sacro del genere: Alpha Blondy e i suoi The Solar System. Marley ha risposto alle nostre domande durante una pausa del tour europeo nel quale è impegnato.
Lei, la sua band, Alpha Blondy & The Solar System: un'accoppiata da sogno a Bellinzona, per gli appassionati di reggae. Quale legame ha con il cantante ivoriano, vero maestro di questo genere musicale?
«Siamo fan della musica. Sapendo che ha lavorato agli inizi con i musicisti di mio padre, il legame nasce da quella connessione con i Wailers e arriva fino a oggi. Lo rispettiamo come grande artista africano».
Ricordo i versi di una sua canzone, "Father's Place": "Come with me to my father’s place, where we can be in sweet harmony". Quel luogo, immagino, sia il mondo spirituale creato da suo padre Bob. La spiritualità è sempre un pilastro della sua vita?
«La spiritualità è nella nostra vita: l'anima è la vita. Tutti abbiamo un'anima, è parte di tutti. Ma viene riconosciuta attraverso la consapevolezza. È una parte fondamentale della musica: diffondiamo la musica dell'Onnipotente, di Jah (il nome con il quale i rastafariani si riferiscono a Dio, ndr). Amore e unità. È importante essere connessi spiritualmente, per condividere il messaggio con tutti. Perché tutti hanno un'anima. La musica è il mezzo».
Due anni fa ha vinto il Grammy Award per il miglior disco reggae con "Colors of Royal", insieme ad Antaeus. Quali opportunità apre l'ottenimento di un premio così prestigioso?
«Porta riconoscimento. Visibilità. Fa sì che le persone ti notino e ti ascoltino. Ma è solo una parte, non basta. Ci sono artisti che vincono un Grammy e poi spariscono. Il Grammy non fa la carriera. È solo un passo nella direzione giusta».
A proposito di direzione, verso dove si sta muovendo il reggae, oggi?
«È molto progressista. Molto. Ci sono tanti artisti che fanno ottima musica. Il reggae include molte forme, generi diversi. Ma la cosa più importante è che il reggae è la musica che unisce le persone: abbatte le barriere. Non importa da dove vieni, o chi sei: il reggae unisce. È una musica molto potente».
Sarà la sua prima volta nella Svizzera italiana: cosa si aspetta da Bellinzona?
«Amore e buone vibrazioni, persone splendide. È quello che ci aspettiamo di trovare».
Se dovesse spiegare a un bambino cos'è il reggae, cosa gli direbbe?
«Ho già risposto in parte prima, ma aggiungerei che è una testimonianza dell'umanità. Una testimonianza dell'Onnipotente. E della vita».



