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Ragazzi in fuga dall'unità pedopsichiatrica: «Sono tornati tutti, e stanno bene»

Si erano allontanati lo scorso martedì dalla struttura chiusa di San Pietro di Stabio. Il direttore della CPC: «Situazione complessa, ci troviamo confrontati con tante ammissioni temporanee».
Ti-Press / Benedetto Galli
Ragazzi in fuga dall'unità pedopsichiatrica: «Sono tornati tutti, e stanno bene»
Si erano allontanati lo scorso martedì dalla struttura chiusa di San Pietro di Stabio. Il direttore della CPC: «Situazione complessa, ci troviamo confrontati con tante ammissioni temporanee».

STABIO - C'è chi è tornato da solo, chi allontanandosi arbitrariamente è finito anche nella vicina Italia e chi è stato sorpreso dall'acquazzone apocalittico esploso sul Mendrisiotto nella notte fra martedì e mercoledì facendo rientro in poche ore.

Sono rientrati tutti «nello spazio di 24 ore», e sono «in buono stato di salute» i sei minorenni che lo scorso martedì si sono allontanati dall'Unità di cura pedopsichiatrica di San Pietro di Stabio. Ce lo conferma il direttore della Clinica Psichiatrica Cantonale (CPC), il dottor Zefiro Mellacqua.

«Un minore che si allontana arbitrariamente da una struttura come la nostra non dispone di reali mezzi propri – prosegue il direttore della Clinica - non ha necessariamente un telefonino con sé o del denaro, quindi non può recarsi troppo lontano o per troppe ore, salvo il concorso di altri fattori esterni o l’esposizione a situazioni di rischio non prevedibili dal solo stato clinico. Detto questo, è chiaro che l'apprensione c'è stata anche e soprattutto dal profilo umano oltre che sanitario, trattandosi di giovanissimi fragili di cui qualcuno avrebbe potuto eventualmente approfittare.  E l’attivazione anche delle forze dell’ordine nelle ricerche è stata immediata e ringrazio la Polizia per la collaborazione, anche in questa circostanza».

Una caratteristica che accomunava buona parte dei ragazzi fuggiti dalla struttura riguardava il motivo del ricovero, ovvero un collocamento disposto d’autorità per l’esecuzione di valutazioni specialistiche anche in assenza di una reale condizione di disagio psichico acuto: «È una evenienza che purtroppo continua a verificarsi soprattutto per il tramite delle Autorità regionali di protezione,  le quali possono imporre l’espletamento di una perizia pedopsichiatrica in attesa dell’identificazione di soluzioni residenziali più idonee per ospitare tali pazienti. Siamo evidentemente tenuti a dare seguito a tali mandati, pur non essendo una comunità terapeutica o riabilitativa».

Questi giovani, senza un «disturbo psichiatrico acuto», si trovano invece a occupare degli spazi dedicati per il trattamento e la risoluzione delle forme di disagio psichico nelle loro fasi di acuzia clinica: «Disponiamo di 13 posti letto stazionari, 3 di questi sono destinati a chi soffre di disturbi alimentari come ad esempio l’anoressia o bulimia. Parliamo di pazienti minorenni che vengono accolti da noi in una fase delicatissima della loro vicenda clinica e ai quali garantiamo, oltre a cure specialistiche, anche la strutturazione di una quotidianità scandita da nuovi ritmi temporali e biofisici che permettano loro di contrastare la noia o il ricorso ad altre condotte pregiudizievoli, innanzitutto per la loro salute mentale e fisica».

Mellacqua contesta fortemente il termine “evasione” precedentemente utilizzato in riferimento alla fuga che rischia di associare un luogo di cura a una “prigione”: «Siamo certamente una struttura protetta, e quindi chiusa, che non si configura tuttavia come una prigione. Si tratta di una struttura destinata a pazienti minori, alcuni anche in fase adolescenziale, per i quali questo luogo può configurarsi non solo come luogo di protezione e cura ma ancora di ulteriore trasgressione di un confine simbolico, che è quello dell’autorità in ogni sua forma, anche sanitaria. Quando la loro permanenza in tale luogo non trova una giustificazione sanitaria, il rischio è proprio il ricorso al tentativo di fuga o alla violenza, che il minore utilizza come mezzo di contestazione e ribellione nei confronti di un limite alla sua libertà personale, il più delle volte percepito come altrettanto arbitrario».

Riguardo alla funzione della struttura di San Pietro di Stabio, inaugurata a dicembre 2025, ci sarebbe infatti una «certa confusione generalizzata», ribadisce: «Il mandato della nostra equipe multiprofessionale è quello di intervenire quando è presente un disagio psichico acuto, per gestirlo in un periodo che dovrebbe andare dalle 3 fino a un massimo di 5 settimane. Trascorso il quale, si entra nel rischio di un accanimento terapeutico non più giustificabile sul piano clinico, laddove mancano altre risposte e altri contesti di presa in carico a medio e lungo termine di tipo riabilitativo».

L'invito di Mellacqua, riferito alla reazione fra web e social alla notizia, è anche quello di non sfociare nella facile generalizzazione e quindi semplificazione di una sofferenza psichica, quella dell’età evolutiva, che richiede invece  «un’attenzione alla complessità e la sospensione del giudizio e del pregiudizio nei confronti della salute e della patologia mentale, oltre che il rispetto etico delle vite di chi non conosciamo», di questi giovanissimi e delle vicende diversissime di ciascuna delle loro famiglie: «Noi li conosciamo ad uno ad uno, conosciamo le loro storie, i loro vissuti più profondi ai quali destiniamo cure, protezione e rispetto senza rinunciare a un dialogo dove necessario anche con la società e con i non addetti ai lavori».

In conclusione, l’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale ribadisce che l’unità di cura pedopsichiatrica di Stabio non va considerata una comunità riabilitativa, rispettivamente foyer, bensì un luogo protetto di cura. «Da questa esperienza – conclude Mellacqua - nasce l’opportunità di considerare nuove modalità per accogliere le richieste di valutazione peritale, spesso simultanee, provenienti dalle varie ARP e concernenti più utenti, senza impedire all’equipe curante di dedicarsi a pazienti minorenni con un reale profilo di sofferenza psichiatrica acuta».

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