L'architetto che ridà vita ai rustici

Il lavoro di Matteo Mochi fonde tecnica e cultura per recuperare il patrimonio rurale delle valli ticinesi: «Ogni muro a secco, ogni stalla racconta una storia»
Il lavoro di Matteo Mochi fonde tecnica e cultura per recuperare il patrimonio rurale delle valli ticinesi: «Ogni muro a secco, ogni stalla racconta una storia»
SOLDUNO - Ridare vita ai rustici abbandonati delle valli ticinesi. È questo, in poche parole, il lavoro dell’architetto Matteo Mochi. Lo incontriamo nel suo studio di Solduno, circondato dalle fotografie dei progetti realizzati negli anni: immagini di stalle trasformate, pietra recuperata, legno antico riportato a nuova vita. Dal suo racconto emerge subito con chiarezza come, al di là degli aspetti tecnici e progettuali, il suo lavoro abbia una forte dimensione culturale. «Ogni muro a secco, ogni stalla racconta una storia», osserva. Ed è proprio questa memoria materiale del territorio – fatta di fatica, adattamento e ingegno – che, secondo l’architetto, rende il patrimonio rurale qualcosa di più di un semplice insieme di edifici: una forma viva di cultura da preservare. La sua passione, spiega, nasce da «una somma di coincidenze ed esperienze che, nel tempo, hanno orientato il mio sguardo verso la montagna e l’architettura rurale». Fin dall’adolescenza la montagna è stata una presenza costante: «Invece di andare a feste o discoteche, andavamo in Val Grande con lo zaino in spalla». Un rapporto diretto con un territorio duro e selvatico, che ha contribuito a far nascere l’interesse per le condizioni di vita delle comunità alpine e per quelle costruzioni essenziali capaci di dialogare con il paesaggio.
Matteo MochiQuando arriva il passaggio decisivo verso questo tipo di architettura?
«Dopo gli studi in Accademia di architettura a Mendrisio, nel 2003, entro in uno studio a Locarno su segnalazione di un professore. È qui che incontro per la prima volta in modo strutturato il tema dei rustici, lavorando con un architetto specializzato nel loro recupero. Da quel momento inizia anche una frequentazione sempre più intensa delle valli ticinesi – Maggia, Verzasca, Onsernone – e una crescente sensibilità per l’architettura rurale. Le stalle e i fienili mi hanno colpito subito per la loro essenzialità. Sono strutture costruite con pietra e legno, senza elementi superflui, dove ogni dettaglio aveva una funzione precisa. Un’architettura minima, ma estremamente intelligente.Dopo anni di collaborazione nello studio di Locarno, nel 2018 arriva il passaggio decisivo: l’apertura del proprio studio.
Qual è stato il primo progetto indipendente?
«Una casa nel nucleo di Moghegno “Cà dal füm”, nata quasi per continuità da un cliente seguito in precedenza. Un incarico che segna l’inizio di un’attività autonoma quasi interamente dedicata al recupero di edifici rurali alpini».
Gli edifici che tratta più spesso?
«Nella maggior parte sono stalle e fienili trasformati in residenze secondarie. Ma il lavoro è fortemente condizionato dal quadro normativo ticinese, molto rigoroso: per poter intervenire, l’edificio deve essere classificato come meritevole e strutturalmente integro.
Uno dei nodi più critici: cosa succede quando un edificio è troppo degradato?
«Se crolla il tetto, anche se la geometria è ancora leggibile, non è più ricostruibile. Una regola che, tuttavia, rischia di compromettere una parte significativa del patrimonio rurale.
Cosa si può modificare realmente?
«In generale, si devono mantenere volume, materiali e carattere originario dell’edificio. Gli interventi sono limitati, spesso ridotti a piccoli adeguamenti come l’isolamento del tetto o l’inserimento di aperture minime, le cosiddette feritoie».
Angelita BonettiIl processo progettuale, invece, come inizia?
«Di solito dal contatto diretto del cliente, spesso già proprietario o interessato all’acquisto. Segue una valutazione preliminare di fattibilità, poi la pratica edilizia, fino alla licenza e all’apertura del cantiere. I clienti sono molto eterogenei: svizzeri tedeschi che cercano una casa di vacanza, ticinesi che tornano ai luoghi d’origine, oppure fondazioni e patriziati impegnati in progetti più ampi legati al paesaggio. Sono persone molto appassionate, spesso anche molto sensibili al contesto».
Quanto al tema normativo: è un sistema cantonale o federale?
«Per i fuori zona, la competenza è federale, ma applicata attraverso una catena amministrativa che coinvolge comune, cantone e Confederazione. Un iter complesso che, negli anni, ha conosciuto applicazioni non sempre uniformi».
Accanto agli aspetti progettuali, c’è anche una forte componente tecnica: come si portano acqua ed elettricità in edifici spesso isolati?
«Quando non esiste una rete, si ricorre ai pannelli solari. L’acqua, invece, in molti casi è già presente o viene captata da sorgenti, ma sempre con soluzioni tecniche e autorizzative complesse».
E i costi?
«È una delle domande più frequenti, ma anche una delle più difficili. Dipende da tanti fattori: accessibilità, dimensione, livello di comfort richiesto. In generale, una conversione completa può variare tra i 350.000 e oltre 1 milioni di franchi. Non si tratta però di operazioni speculative».
Tra i lavori più significativi?
«Difficile individuarne uno. In realtà considero tutti i lavori importanti e significativi, perché ognuno ha una propria particolarità, per me, ha valore il fatto di avere “salvato” o riportato a nuova vita un edificio rurale. Tra quelli a cui sto lavorando attualmente, iniziato nel 2024, c’è però un intervento complesso a Broglio: un grande masso è stato trasformato in vasca da bagno e lavandino, integrato con legno recuperato da strutture esistenti. Un processo condiviso tra cliente, artigiani e progettista, dove le idee evolvono in corso d’opera».
Sabina Lombardo








