«Le minacce sono da condannare. Ma è lui la vittima dell'aggressione»

La difesa del 53enne contesta l'accusa di tentato omicidio. L'imputato: «Chiedo scusa per gli insulti. Non sono un santo, ma nemmeno un criminale».
LUGANO - «Esisteva la rabbia e il dolore. Non un piano omicida».
È, in estrema sintesi, la tesi sostenuta nell’arringa dall’avvocato Olivier Ferrari. Per il difensore del 53enne italiano a processo alle Assise criminali di Lugano, l'imputato «è stato dipinto come un mostro, ma le prove raccontano una storia diversa da quella costruita dalla procuratrice pubblica».
«Dinamica dell'aggressione ribaltata»
Il legale contesta l’accusa di duplice tentato omicidio intenzionale per i fatti di Gravesano, parlando invece di «legittima difesa putativa». Secondo l’avvocato la dinamica dell’aggressione «è stata ribaltata: il mio assistito è l’aggredito».
Per l’accusa, l’imputato avrebbe aggredito prima il compagno dell’ex moglie e poi il cognato, colpendo quest’ultimo al volto con un bastone. Sarebbe stato accecato da una furia cieca e inarrestabile, al punto da non rendersi nemmeno conto di essere stato accoltellato al costato. Una ricostruzione che il 53enne contesta, sostenendo invece di essere lui la vittima.
«Mi stupisce non vedere in aula, come imputato, il cognato»
Quanto al bastone, «sul quale non sono state trovate tracce ematiche del cognato», la decisione di prenderlo in un secondo momento, senza però usarlo, «non nasce da una volontà omicida, ma difensiva. Mi stupisce non vedere in aula come imputato, il fratello dell'ex moglie(la cui posizione giuridica è ancora aperta, ndr)».
Per la difesa, le minacce «vanno deplorate e non minimizzate. Pagherà ed è giusto così». Tuttavia, non sarebbero la prova «di un piano criminale», bensì «l’urlo disperato di un uomo ingannato e manipolato. Erano un grido di dolore, non un progetto mortale. Un maldestro tentativo di arrivare alla verità».
La commisurazione della pena: 24 mesi (sospesi)
Alla luce di questa ricostruzione, la difesa ha chiesto una pena di 24 mesi, integralmente sospesi, accompagnata dall’obbligo di seguire un percorso terapeutico ambulatoriale. L’uomo è accusato anche di lesioni gravi e semplici, coazione e minaccia, oltre a ingiuria, ascolto e registrazione di conversazioni estranee e abuso di impianti di telecomunicazioni.
La procuratrice Petra Canonica Alexakis ha invece chiesto una pena di 9 anni di reclusione, oltre a novanta aliquote giornaliere. Ha domandato anche l’espulsione dalla Svizzera per 15 anni e l’imposizione di un trattamento ambulatoriale.
La difesa ha contestato anche il provvedimento di espulsione: «Risiede in Svizzera da 30 anni. Qui ha i suoi figli. Con l’Italia non ha più nulla a che fare».
L'imputato: «Non volevo uccidere nessuno»
Infine, l’imputato ha preso nuovamente la parola: «Se davvero avessi voluto uccidere qualcuno, sarei sceso dalla macchina subito impugnando il bastone. Oppure potevo prendere i coltelli e la mazza che ho in casa. Ma non l’ho fatto, perché non volevo uccidere nessuno. Mi vergogno per le minacce e gli insulti. Ho sbagliato, non ne vado fiero. Non sono un santo, ma nemmeno un criminale». La sentenza è attesa per oggi, alle 17.30




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