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SVIZZERA

Dall'ospedale all'attacco: cosa non ha funzionato a Winterthur

La gestione del caso solleva interrogativi sull’efficacia del coordinamento tra autorità sanitarie e forze dell’ordine.
Tamedia
Fonte BLICK
Dall'ospedale all'attacco: cosa non ha funzionato a Winterthur
La gestione del caso solleva interrogativi sull’efficacia del coordinamento tra autorità sanitarie e forze dell’ordine.

WINTERTHUR - Dopo il brutale attacco con coltello avvenuto alla stazione di Winterthur, resta una domanda destinata a far discutere: perché l’autore dell’aggressione, noto alle autorità per un passato legato agli ambienti islamisti, è stato dimesso da una clinica psichiatrica nonostante diversi segnali d’allarme? Il caso riaccende il dibattito sui limiti della prevenzione del terrorismo in Svizzera.

Il 31enne già associato alla controversa moschea An’Nur e in passato coinvolto in procedimenti legati all’estremismo islamista, si era presentato spontaneamente alla polizia lo scorso lunedì. Le autorità zurighesi avevano disposto nei suoi confronti un ricovero coatto presso la Clinica psichiatrica di Winterthur. Dopo una prima fuga dalla struttura, l’uomo era stato rintracciato e riportato in clinica. Valutato successivamente come non pericoloso, era stato dimesso mercoledì sera. Meno di dodici ore dopo ha accoltellato tre persone.

Dal 2022 la Svizzera dispone delle Misure di polizia per la lotta al terrorismo, ma secondo diversi esperti il sistema presenta ancora importanti lacune. Il criminologo forense Frank Urbaniok sottolinea come le informazioni circolino soprattutto verso le autorità di sicurezza, ma raramente nella direzione opposta. Una situazione che riflette la necessità di tutelare i diritti fondamentali e la protezione dei dati personali.

Secondo Ahmed Ajil, criminologo e ricercatore sul terrorismo all’Università di Lucerna, erano presenti diversi segnali preoccupanti: i precedenti, la notorietà negli ambienti estremisti e la sequenza di eventi che aveva preceduto l’attacco. A suo giudizio, la polizia avrebbe potuto valutare almeno un colloquio preventivo.

Molti si chiedono perché l’uomo non fosse sottoposto a un monitoraggio più stretto. Ma, osserva Dirk Baier della ZHAW, una sorveglianza continua è semplicemente irrealistica: le risorse necessarie sarebbero enormi. Le misure prevedono strumenti come obblighi di firma, divieti di contatto o di espatrio e, nei casi più gravi, il domicilio coatto, misure però applicate con estrema cautela.

Gli esperti individuano il problema principale nello scambio di informazioni tra istituzioni. Gli psichiatri, spiega lo psicologo forense Jérôme Endrass, dispongono spesso di dati limitati e non hanno accesso diretto alle informazioni di polizia o ai precedenti penali. Inoltre, in un ricovero d’urgenza il compito principale è valutare il rischio immediato per la persona stessa, non effettuare una completa analisi della pericolosità sociale.

La rapida dimissione ha suscitato indignazione, ma gli specialisti ricordano che il ricovero coatto rappresenta una grave limitazione della libertà personale e richiede basi legali molto solide. Le cliniche non possono trattenere qualcuno sulla base di semplici sospetti e devono verificare costantemente la proporzionalità della misura.

Il caso evidenzia così le fragilità di un sistema che si fonda sulla prevenzione e sulla condivisione delle informazioni. Ed è proprio in questi passaggi che emergono oggi le maggiori criticità.

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