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Tio.ch/20minuti Fabio Caironi
Una seconda serata scoppiettante per Poestate.
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LUGANO
31.05.2019 - 23:510
Aggiornamento : 02.06.2019 - 19:04

Fuochi d’artificio (letterari e verbali) a Poestate

Ritmi serratissimi e toni che si sono accesi sul finale del dibattito sulla politica culturale in Ticino

LUGANO - Una seconda serata pirotecnica per il Festival Poestate, quella di venerdì 31 maggio. Vuoi per i ritmi serratissimi imposti al programma dalla direttrice artistica, la “Invincibile Armida” Demarta, vuoi per la varietà delle proposte e dei protagonisti.

Isella con Guarracino... - Alle 18 si è partiti con Gilberto Isella e Vincenzo Guarracino. Il poeta e critico letterario luganese e il collega comasco hanno dialogato a partire da un libro del 2018 di Isella, “Arepo”. A partire dal nome con il suo carico di mistero, che allude al tema della scrittura, ha sottolineato Guarracino: la lingua che si fa forma e che si specchia in se stesso. Lo scrittore altro non è che «dottore in restauro di finti paesaggi», ha aggiunto. La dottissima disquisizione, tra riferimenti latini e citazioni di poeti cari a entrambi, è culminata nella lettura di alcune liriche di Isella, cariche di fascino e suggestioni.

...e poi con Vitale - Isella ha poi presentato il poeta e prosatore Marco Vitale, che ha offerto uno stralcio della sua opera alla platea. «Non conosco un poeta più schivo e puro che viva la poesia con la stessa misurata intensità di Marco Vitale» ha detto di lui Giancarlo Pontiggia. Le poesie lette sono state tratte dalla raccolta “Gli anni”: profumano di vita, di Milano e utilizzano un linguaggio - ha rilevato Isella - vicino a quello popolare e che si fonda tra le altre sulla tradizione crepuscolare e sulla poesia milanese - ha aggiunto Vitale - da Vittorio Sereni in poi. Isella, ricevendo il Premio Poestate, ha lodato la caparbietà di Demarta nel portare avanti questo evento.

Poesia dal Cile - Uno degli esperimenti dell’edizione 2019 è quello del Resident Team: ne fa parte Franco Barbato, poeta cileno che vive a Lugano da alcuni anni e che ha letto alcune delle sue liriche in spagnolo, arricchendo quelli che solitamente si chiamano i “tempi morti” durante i campi di palco.

I geroglifici di Sferico - Artista ben conosciuto dal pubblico della rassegna, Sferico è stato accompagnato da Sara Sovrani. Una storia che ha avuto come punto di partenza e bussola i geroglifici, i segni usati dagli antichi: percezione, consapevolezza, caccia di un tesoro all’interno di una piramide che trascendono il significato originale delle parole e diventano poi, in un salto temporale concettuale estremo, un “concerto psichedelico”. Sferico ha trattato frasi e parole con il piglio di artista che gli appartiene, come fossero tempere sulla tela o (suo campo d’attività prediletto) scalpello sul marmo del Vietnam.

Fantuzzi, Patrascanu e De Maria - Il compito di Francesco De Maria, questa sera, è stato quello di presentare due voci poetiche ben differenti: la modernità di Daniela Patrascanu e lo stile antico, che si ispira all’Alfieri, di Chantal Fantuzzi. La tragedia in versi è lo strumento poetico di Fantuzzi ma dovrebbe tornare in auge, auspica (e anzi si propone) l’autrice. Il suo scopo? «Ricreare il pubblico alfieriano, nel nome della tradizione. Io ci credo». Il prossimo passo? «Mettere in scena una delle mie tragedie: voglio essere l’alfiere di Alfieri». Al pubblico di Poestate ha presentato la ricostruzione di un sonetto, il primo mai scritto dall’Alfieri, in forma teatrale: una querelle tra il tragediografo, lo zio e una dama oggetto del desiderio amoroso di entrambi. La luganese d’adozione Patrascanu, non solo poetessa ma anche pittrice e opinionista televisiva; «sono una personalità complessa, fuori dagli schemi» ha sottolineato prima di presentare le liriche di “Un mondo migliore”, il suo debutto poetico. Fatto per «aprire la mente e il cuore a determinate persone», ha spiegato, si fonda su quattro grandi temi: amore puro, eros, filosofia-spiritualità e infine le imperfezioni dell’uomo.

In memoria di Marcacci Rossi - “Mercati generali e altre poesie” è una importante pubblicazione per l’editore Alla chiara fonte e la storia di questo libro è stata illustrata da Daniele Bernardi, uno dei due curatori. L’autore delle poesie della raccolta è Leonardo Marcacci Rossi: originario di Brissago, si trasferì a Roma, poi a Parigi, e diventò in maniera rocambolesca il segretario di Amelia Rosselli. Molte delle liriche inserite nella raccolta hanno atteso decenni prima di vedere la luce ed essere pubblicate. Massimo Daviddi ha poi illustrato come e perché è stato doveroso pubblicare l’opera di Marcacci Rossi, prima di leggere frammenti sparsi radunati nel volume. Il pubblico ha ascoltato con grandissima attenzione i versi di questo autore misconosciuto ma dall’indubbio talento.

Stoccoro, “poeta per forza” - Mauro Valsangiacomo, l’editore de Alla chiara fonte, ha quindi presentato un “poeta per forza”, il milanese Giancarlo Stoccoro. Psichiatra, ha messo in evidenza lo spaesamento necessario per accedere alla poesia e che rileva ovviamente anche nella sua professione. Una poesia che riflette sulle cose, le analizza e le sviscera. “Potevamo albeggiare a parole / senza dire niente che non fosse già stato detto…”.

Il più giovane di Poestate - Il festival luganese ha poi ospitato un esordio assoluto: con i suoi 19 anni Michele Vannini è sicuramente il più giovane poeta di questa edizione. Il suo “Deserto di parole” - uscito solamente martedì scorso, ma che raccoglie tre anni di versi e ispirazioni - è stato presentato da Gilberto Isella. Non una poesia nata sull’onda di uno sfogo giovanile, quello di Vannini, che mostra una discreta padronanza del verso - l’endecasillabo in particolare - e indica che sta lavorando nella giusta direzione «C’è un lavorìo della penna e della mente da prendere in considerazione» ha rilevato Isella. Una raccolta dedicata alla madre da poco scomparsa: “A te, / unico sole del mattino…”. Natura, musica e libertà: ecco le grandi fonti d’ispirazione di Vannini, che ha saputo dominare l’emozione e ha letto alcune delle sue liriche. «Siamo fatti di parole ed è l’unica cosa che ci caratterizza», ha concluso.

Non più streghe, ma poesie - Gerri Mottis ha dato il via al suo intervento con un selfie e ha reso edotto il pubblico di Poestate della sua nuova veste: quella di poeta. L’anno scorso invece aveva presentato qui il suo romanzo storico “Terra bruciata”, uno dei maggiori successi editoriali della Svizzera italiana nel 2018 - che appunto parlata di streghe. Il suo libro “Parole come pietre” è uscito solamente ieri e raccoglie 64 poesie. «Hanno tutte come filo conduttore la pietra»: le parole hanno un peso enorme, come pietre appunto, «e ci possono travolgere, schiacciare, ferire». Come pietra è anche il passato, che resta però «anche come pietra miliare nel nostro percorso» personale. Lo stesso vale per l’amore.

I “poemi anarchici” di Dattrino - «Uno scrittore un po’ particolare, un anarchico»: così Demarta ha introdotto Luca Dattrino. L’anarchismo di questo autore sta nell’infischiarsi senza troppi rimpianti delle regole metriche e letterarie classiche, ma quello che non manca a Dattrino è l’impetuosità: un flusso travolgente di parole che ha preso e sollevato l’uditorio. C’è una grande potenza nei suoi versi - e nel suo modo di declamarli -, un incalzare costante che molto deve agli elementi basilari della vita, su tutti l’amore.

Come (e perché) scrivere con il corpo - A Poestate si è poi parlato di teatro con Cristina Castrillo. “Scrivere con il corpo” è un intervento piuttosto anomalo per la kermesse, ha ammesso lei stessa, ma si tratta di una possibilità di vedere il teatro in un modo diverso. L’importanza di partire dall’autore del testo, ma che succede se il testo arriva a metà o alla fine di un percorso creativo, «quando la parola smette di avere il ruolo privilegiato che si suppone che abbia nel teatro»? Si passa quindi a lavorare con altri aspetti: «le persone, il silenzio e un elemento determinante che è il corpo», inteso «come un valore a sé stante e un recipiente di possibili parole». Quello che c’è prima della parola, e Castrillo ne ha dato delle dimostrazioni sul palco di Poestate, è la manifestazione di emozioni, sentimenti, stati d’animo: in questo senso è perfettamente possibile “scrivere con il corpo”. E lo si può fare in modi molto differenti tra di loro, più o meno facilmente leggibili per il pubblico ma tutti provocati dalla ricerca dell’essenza della storia che si vuole raccontare. «Molto prima della parola c’era il gesto».

Locarno underground - Una panorama di quella che è stata la scena musicale e culturale undeground del Locarnese è stata fornita dal fotografo e compositore di musica elettronica Roberto Raineri-Seith. “LocarnOFF” è un progetto molto particolare: un amarcord in forma di blog (e poi forse di libro, in futuro) sugli anni ‘80 in Ticino: «il momento di passaggio dal “fricchettonismo” anni ‘70 verso qualcosa di nuovo», ovvero la new wave, ma anche lo ska il punk e la musica elettronica. Un ricordo di fanzine, pubblicazioni, negozi di dischi “particolari” e scelte musicali dei locali che furono importanti in Ticino. Che ambiente c’era a Locarno all’epoca? «Era divisa tra “fighetti” e “bozzi”» ricorda Raineri-Seith. «Importavamo e cercavamo di creare qualcosa di nostro», spiega, sfruttando gli influssi che arrivavano dal Regno Unito o da oltreoceano. Il progetto “LocarnOFF” si vuole allargare poi anche al resto del Ticino e per questo l’autore ha lanciato un appello al pubblico: chi avesse del materiale su quell’epoca di pionieri della musica e dello stile potrà contattare Raineri-Seith.

Politica culturale - Infine è giunto il grande momento del dibattito sulla politica culturale ticinese, dal titolo “Cultura di stato e cultura indipendente tra autoreferenzialità e apertura”. Uno dei punti cruciali è la distribuzione dei finanziamenti: chi ne beneficia e chi no, per una serie di ragioni che era tra gli scopi dell’incontro identificare (se non denunciare). «Ho riscontrato dei meccanismi abbastanza strani: c’è tantissima roba buona che rimane fuori» ha rilevato Roberto Raineri-Seith. «C’è molto ma si può lavorare meglio» ha sottolineato Demarta, che ha elencato una serie di rappresentanti istituzionali che non sono stati presenti, per varie ragioni (compreso chi non ha proprio risposto all’invito).

Elogio dell'uomo d'azione - Marco Solari, presidente di Locarno Festival, ha citato Dante, il limbo e gli uomini del pensiero che sono lì collocati. «Sono un fautore e credo unicamente nell’azione» ha spiegato: «il Festival di Locarno è diventato grande peché ci sono persone dietro che hanno agito, Poestate esiste perché c’è Armida Demarta». L’azione, secondo Solari, è alla base del fare e del proporre: «Non ci potranno mai essere abbastanza persone che vogliono realizzare». Sui mezzi: «Ogni iniziativa culturale è un buco nero ma credo che nella Svizzera italiana siamo molto fortunati» nell’avere tante persone che fanno e agiscono. Un concetto che Solari ha sottolineato più volte, insieme all’auspicio del mettere in rete le esperienze e le capacità. «Dobbiamo pensare finalmente un Cantone unito».

Equilibri - «Per me la cultura non è solo azione, altrimenti mi farebbe un po’ paura - come il titolo dell’incontro “Cultura di stato”» ha affermato invece il professor Renato Martinoni. «Ci sono vari modi per lavorare» nel mondo della cultura: modi reattivi o attivi, ovvero diventare propositori in prima persona. Si è poi parlato del tema della raccolta fondi e di cosa dovrebbe fare parte del settore della promozione culturale: un giusto sostegno tra pubblico e privato (banche, fondazioni eccetera); equilibrio tra orientamenti locali, nazionali e internazionali; rapporto tra i grandi progetti e quelli “a innaffiatoio” (i primi sostenuti dalle grandi fondazioni, a scapito di quelli più piccoli ma meritevoli); il giusto equilibrio tra il vecchio e il nuovo; il giusto rapporto tra il grande e il piccolo. Un problema del finanziamento è che «siamo sempre in mano a dei consessi che decidono» ha aggiunto Martinoni. La promozione culturale va sostenuta, tenendo conto dei meriti e senza lasciarsi prendere dalle mode. C’è poi anche l’influsso della politica (in senso piuttosto lato), compresa una certa «indulgenza al populismo», ha annotato Martinoni.

Conoscenze ed entourage - «Il rapporto tra istituzioni e artisti è migliorabile?» ha chiesto Demarta. Raineri-Seith ha parlato del fallimento di due progetti legati al mondo digitale: la riscoperta di alcuni colossi della fotografia ticinese e la mappatura sonora del territorio cantonale. Cosa non ha funzionato? Il meccanismo che è venuto alla luce è quello della conoscenza personale, determinante (almeno in alcuni casi) per il successo di alcuni progetti. Raineri-Seith ha puntato il dito anche sulla necessità di un ricambio in seno a commissioni, istituzioni e consessi. Demarta ha ribadito, con una certa amarezza, la presenza di determinati entourage che ricevono grandi benefici e altri che vengono esclusi: «C’è uno spreco di risorse, si può creare una dimensione molto più forte nella Svizzera italiana. C’è un malumore e un brutto modo di lavorare». C’è tanta offerta culturale «ma anche tanti cloni, tanti copia-incolla» che fanno sì che su 100 proposte solo 10 siano valide.

«La guerra della cultura» - «Abbiamo un grande problema: la guerra della cultura» ha affermato Arminio Sciolli, patron del Rivellino. «Una guerra soprattutto contro quello che funziona. Io credo in un sistema dove il progetto di punta funziona e poi trascina tutto il resto. Io non credo nel finanziamento degli scrittori: ci vuole uno stimolo, ed è l’azione. Sennò non abbiamo niente». C’è poi un fortissimo dirigismo in Ticino, «una certa oligarchia» e un «sistema segregazionista», ha rincarato Sciolli.

Mancanza di visione - Noah Stolz, curatore e critico d’arte indipendente, ha spiegato che è fondamentale per gli operatori culturali prendere coscienza del pubblico «e che è diverso in ogni parte». Tra le problematiche ce n’è una semplice da identificare: «Non si trovano persone all’interno del Cantone capaci di dialogare e aprirsi a una visione», con una bocciatura pressoché costante di prodotti giudicati troppo poco mainstream.

Pubblici e formazione - Sandra Sain, produttrice responsabile di Rsi Rete Due, ha parlato del ruolo di divulgazione e sviluppo delle conoscenze, «anche culturale, della società». Cos’è, però, la cultura? «Non c’è solo quella alta ma anche quella popolare: quella più pop, giovane e quella che si è sedimentata con la tradizione». L’azienda radiotelevisiva pubblica si muove su tre binari: creare programmi, sostenere opere di cinema, tv e musica, organizzare e sostenere eventi. «C’è poi l’importanza della multivettorialità: si fa tantissimo e non abbiamo persone da mandare ovunque, per cui per forza di cose bisogna fare una selezione». Si tiene conto infine di tutti i pubblici: di chi guarda la tv e chi si muove su smartphone e tablet, tenendo d’occhio il territorio e guardare cosa succede nel resto del mondo. Sain ha sottolineato anche l’importanza della formazione, della creazione di un pubblico capace di cogliere gli spunti che vengono forniti.

Sussidi - Un dibattito che ha riempito il patio di Palazzo Civico e ha molto interessato il pubblico presente, nonostante la vastità sconfinata delle sue sfumature, sulle quali i relatori hanno avuto talvolta delle naturali e comprensibili divergenze di vedute. In particolare sul fatto che chi riceve grandi sussidi privati debba rinunciare al contributo pubblico. Solari ha precisato che è proprio la fiducia dell’ente pubblico che fa sì che banche e fondazioni si convincano che una manifestazione come Locarno Festival, ma anche gli Eventi letterari Monte Verità, siano meritevoli di finanziamento.

Battibecco Demarta-Borradori - Anche il sindaco di Lugano Marco Borradori, presente in platea, è stato coinvolto nella discussione. «La cultura è spesso disunione, disarmonia, incapacità di dialogare con chi la pensa diversamente: qualcosa che fa parte della natura dell’uomo». Il LAC, a suo dire «ha adempiuto al suo compito di crocevia tra la cultura tedesca e quella lombarda» e il livello culturale di Lugano è esploso negli ultimi anni. L’inclusione? C’è stata: «Sono state riconosciute anche piccole compagnie che prima si sentivano escluse». Borradori ha ammesso che non è poi possibile accontentare tutti e che il problema degli investimenti esiste. «La cultura è un luogo dove chiunque può trovare qualcosa che lo fa stare bene». C’è stato spazio, alla fine, anche per un acceso battibecco tra Demarta e Borradori, che ha contestato «il piangersi addosso» sulla possibilità che Poestate possa non sopravvivere e che, a suo dire, ha «fatto scadere» i toni della discussione. Anche tra il pubblico qualcuno non ha gradito l’impostazione del dibattito.

Poestate torna sabato con la serata conclusiva.

Tio.ch/20minuti Fabio Caironi
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Ultimo aggiornamento: 2019-12-09 22:35:44 | 91.208.130.85