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REGNO UNITO
12.01.2022 - 13:290
Aggiornamento : 13.01.2022 - 11:37

«Pensavo fosse un impegno di lavoro», le scuse traballanti di Boris Johnson

Il premier britannico all'esame del Parlamento per il party al 10 di Downing Street nel maggio del 2020

LONDRA - «Voglio scusarmi. So che milioni di persone hanno fatto sacrifici straordinari in questi 18 mesi. So quali sofferenze hanno attraversato. E capisco la rabbia che provano nei miei confronti e verso il governo che guido quando pensano che le regole non siano seguite da quelle stesse persone che le fanno».

Ha esordito così, scusandosi con la popolazione del Regno Unito, il premier Boris Johnson di fronte alla Camera dei Comuni che oggi gli chiede chiarezza sul controverso party che ha avuto luogo il 20 maggio 2020 al 10 di Downing Street, nel pieno della prima ondata pandemica.

«Col senno di poi...»
Johnson ha ammesso di aver presenziato al party e di essersi trattenuto solo per una ventina di minuti prima di fare ritorno in ufficio, confermando che credeva si trattasse di un evento «di lavoro» ma ammettendo che quanto accaduto «è stato sbagliato» e che «mi prenderò le mie totali responsabilità».

«Con il senno di poi, avrei dovuto rimandare dentro anche tutti gli altri. Avrei dovuto trovare qualche altro modo per ringraziarli». E, ha proseguito, «avrei dovuto realizzare, anche se è stato fatto in ossequio a tutte le misure, che ci sono milioni e milioni di persone che non l'avrebbero vista in quel modo, persone che hanno sofferto e a cui è stato impedito del tutto d'incontrare i propri cari, all'interno e all'esterno».

Durissimo l'attacco del leader laburista Keir Starmer. «Ecco qua... Il patetico spettacolo di un uomo che è uscito di strada. La sua difesa, il fatto che non si fosse reso conto che si trovava a un party, è un'offesa a tutta la cittadinanza britannica. Avrà almeno la decenza di dimettersi?» Per il leader dell'opposizione, Johnson ha chiaramente ingannato il Parlamento e questo costituisce una chiara violazione di ogni regolamento.

Scuse che arrivano «un po' troppo tardi»
«Sarà il suo partito a cacciarlo o il popolo?», si è chiesto Starmer. Secca la replica del premier che «è pagato dal suo partito per sbattermi fuori». «Abbiamo sbagliato» ma «il governo ha lavorato sodo» per rispondere all'emergenza, ha aggiunto, invitando Starmer ad attendere la conclusione dell'inchiesta che si sta ancora svolgendo. Le bordate dal fronte laburista non si sono però limitate solo alla voce del suo leader. I deputati Karl Turner e Toby Perkins hanno rincarato la dose nei confronti del premier.

Il primo ha sottolineato che Johnson ha ammesso le proprie colpe «solo perché è stato beccato» sul fatto. Il secondo ha invece tirato fuori dal cassetto i precedenti a livello professionale risalente a prima della sua discesa in politica, ricordando come fosse «già stato licenziato due volte per aver mentito». Ci saranno sempre premier «con cui non andiamo d'accordo» ha proseguito, ma nessuno aveva mai «svalutato la sua carica come ha invece ha fatto questo».

Molto meno bruschi ma altrettanto efficaci sono stati invece i toni di Stephen Farry, deputato del Partito dell'Alleanza dell'Irlanda del Nord, che ha etichettato le scuse presentate da Boris Johnson come arrivate «un po' troppo tardi», aggiungendo che se avesse voluto presentarle sinceramente avrebbe potuto farlo in un qualsiasi momento degli ultimi diciotto mesi. E sì, anche lui chiede al premier di rassegnare le dimissioni per «il bene della risposta della sanità pubblica e gli standard della democrazia».

La consapevolezza delle regole infrante
L'idea che si stessero per infrangere alcune restrizioni ronzava chiaramente nella testa del personale impiegato al civico numero 10 di Downing Street. Il Times ha pubblicato una ricostruzione delle ore che hanno preceduto il controverso party del 20 maggio 2020, parlando di un Martin Reynolds - il segretario personale del Primo ministro - «terrorizzato», che per un attimo avrebbe pensato all'eventualità di cancellare tutto, salvo poi proseguire come da programma temendo che con uno stop la situazione potesse peggiorare. Via libera quindi ai preparativi. I primi tavoli sistemati su un lato del giardino a simulare il bancone del bar; gli altri al centro e ben distanziati per "incoraggiare" a mantenere qualche metro tra i vari partecipanti. Gli inviti partiti erano un centinaio, i presenti sarebbero stati circa una quarantina, a cui fu suggerito di «bring your own booze». Letteralmente, di «portarsi il bere da casa». Una delle fonti che ha parlato al quotidiano britannico ha sottolineato che uno degli alti funzionari presenti ha scherzato a proposito del rischio di essere sorvegliati da qualche drone. Parole che sono state interpretate come la consapevolezza, tra le righe, del fatto che si stessero infrangendo delle regole.

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