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Se dallo zaino del ragazzino spunta il coltellaccio da cucina

Un episodio in pieno centro diventa lo spunto per interrogarsi su un fenomeno difficile da misurare: l'abitudine crescente tra i più giovani di girare con strumenti di "difesa personale". Ilario Lodi: «Non è colpa loro».
Se dallo zaino del ragazzino spunta il coltellaccio da cucina
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Se dallo zaino del ragazzino spunta il coltellaccio da cucina
Un episodio in pieno centro diventa lo spunto per interrogarsi su un fenomeno difficile da misurare: l'abitudine crescente tra i più giovani di girare con strumenti di "difesa personale". Ilario Lodi: «Non è colpa loro».

LUGANO - Due ragazzini sui 12 o 13 anni, non di più. Tratti esotici, look tipico del "maranzino", che altro poi non è che il tamarro di questa epoca. Quindi canotta nera aderente, jeans neri, cappellino e Nike ai piedi. Alla fermata del bus, lì a infastidire una signora in attesa. Molesti, come tanti giovani irrequieti di quella età. Qualche sfottò tra di loro, risate sguaiate e maleducazione q.b. 

Nulla di nuovo o di particolarmente preoccupante se non fosse per quando avviene di lì a poco. Iniziano a rincorrersi tra di loro mentre dagli zainetti estraggono due coltelli. Uno di piccole dimensioni, l'altro un coltellaccio da cucina con una lama di oltre 20 centimetri. 

Non stanno facendo sul serio, ma avrebbero potuto. Tutto questo non in un quartiere malfamato di qualche metropoli, ma - come ci viene raccontato da un lettore - alle nostre latitudini, in pieno centro. Un'eccezione? Forse sì, forse no.  

Le cronache recenti contribuiscono ad alimentare la percezione che tra i più giovani stia prendendo piede l'abitudine di portare con sé una "lama". A volte si tratta di un semplice coltello da cucina, altre di oggetti più sofisticati, ma in ogni caso potenzialmente pericolosi, portati come strumento di intimidazione, di autodifesa o, nei casi peggiori, di aggressione.

Li tengono nelle tasche, negli zaini di scuola, li portano con sé sia di giorno sia di sera. E, purtroppo, in alcuni casi vengono anche utilizzati.

Numeri in crescita
Un fenomeno di cui la le statistiche non tengono traccia del tutto. «Per quanto riguarda le persone minorenni condannate in Ticino per reati in urto alla Legge federale sulle armi, gli accessori di armi e le munizioni (LArm) nel 2025 sono state 25, mentre nel 2024 erano state 20», ci comunica la Polizia cantonale pescando le cifre dai dati dell'Ufficio federale di statistica.

C'è coltello e coltello
Dal punto di vista legale, ci viene però spiegato, viene fatta una netta distinzione tra armi e oggetti pericolosi. «Esistono tipologie di coltello qualificate come arma ai sensi della LArm. In questi casi, un minorenne non può né acquisirli né detenerli legalmente, poiché uno dei presupposti per l’acquisto di un’arma è il compimento del 18esimo anno di età», viene precisato.  

Se invece il coltello non rientra nella definizione di arma, come può essere il caso, ad esempio, di un normale coltello da cucina, «esso è considerato un oggetto pericoloso». E, «in assenza di altri comportamenti penalmente rilevanti, la LArm non prevede una sanzione per il semplice porto abusivo di un oggetto pericoloso». Che quindi non finisce nei radar delle statistiche.

Dipende dal contesto
La Polizia ricorda comunque che «ogni situazione deve essere valutata nel suo contesto concreto: qualora il coltello venga utilizzato per commettere un reato, per minacciare qualcuno o in altre circostanze penalmente rilevanti, possono trovare applicazione ulteriori disposizioni del diritto penale, indipendentemente dalla sua classificazione come arma o oggetto pericoloso».

«Non è colpa loro»
Un fenomeno che «comincia a serpeggiare», conferma Ilario Lodi, presidente di Pro Juventute. «I ragazzini che oggi portano in giro il coltello lo fanno per difendersi, perché hanno la percezione che oggi ci si debba difendere. Sono nati e cresciuti in un contesto iper-competitivo che richiede la capacità di difendersi. E se non ti sai difendere sei fuori dai giochi. Questo è il modello culturale che oggi pervade gran parte della società, legato a una comunicazione costante sulla competitività».

Secondo Lodi, insomma, stiamo assistendo a una sorta di risposta/reazione a un certo tipo di contesto: «È la società che li ha portati a considerare questa misura come qualcosa di percorribile per poter giocare il loro ruolo nel mondo. Condanno, su questo non c’è alcun dubbio. Però la colpa non è loro, è del contesto culturale in cui sono stati cresciuti, un contesto di società, non tanto familiare».

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