Il prezzo del silenzio

Elio Del Baggio
Quando esplode un caso di criminalità, il copione sembra sempre lo stesso: si minimizza, si protegge, si evita di dire. E si finisce per confondere tutto - cittadinanza, passaporto, origini - come se fossero la stessa cosa, quando in realtà non lo sono affatto.
Il diritto all’informazione e alla trasparenza non è né razzismo né vendetta: è semplicemente democrazia. Quando i cittadini pagano - per accoglienza, aiuti, assistenza, giustizia, carceri e sicurezza - hanno il pieno diritto di sapere. Se un fatto coinvolge persone per le quali la collettività sostiene costi - tra assistenza sociale, indennità, indagini, procedimenti giudiziari, custodia e carcerazione - è più che legittimo che vengano resi noti gli elementi essenziali per valutarne gravità, responsabilità e conseguenze. Non per alimentare una “caccia alle streghe”, ma per esercitare un controllo democratico reale. Il principio è piuttosto semplice: chi paga ha il diritto di sapere.
E invece, troppo spesso, la comunicazione resta incompleta: pochi dettagli verificabili, informazioni parziali o ambigue, quasi mai un quadro chiaro su identità, origini e contesto. Le garanzie esistono ed è giusto che esistano - privacy, presunzione d’innocenza, tutela delle vittime, procedimenti non sempre definitivi - ma il problema non è la loro presenza, bensì un’applicazione squilibrata che finisce per generare opacità. E quando l’informazione diventa selettiva, al limite della reticenza, mentre i costi restano interamente pubblici, il sistema perde credibilità.
Perché il conto esiste ed è concreto. Il “welfare” o “Stato sociale” non è un concetto astratto: significa miliardi di risorse pubbliche destinate ogni anno ad accoglienza, assistenza, integrazione, sanità e sostegno al reddito. Ogni reato ha un costo, ogni fallimento del sistema pesa - economicamente e socialmente - e a pagare è sempre la collettività, spesso senza poter conoscere fino in fondo ciò che davvero accade.
Non tutti gli stranieri sono criminali, ovviamente. Ma è altrettanto evidente che, secondo i dati ufficiali, esiste una sovrarappresentazione di stranieri in alcune categorie di reati, anche gravi: negarlo non è rispetto, ma significa soltanto rifiuto della realtà. E riconoscere un problema non significa criminalizzare un’intera categoria, ma affrontare con serietà criticità legate a integrazione, gestione migratoria e applicazione delle regole. Ignorarle, solo per il timore di risultare scomodi, non rafforza la coesione sociale: al contrario, la indebolisce.
Non è un’eccezione svizzera: in Francia, Germania e Italia - restando ai Paesi confinanti - sicurezza e immigrazione sono già al centro dello scontro politico. E non certo per caso.
Uno Stato serio deve essere chiaro: chi delinque paga. E per chi non è cittadino, le conseguenze devono essere reali, non teoriche. Le espulsioni previste dalla legge vanno applicate e le regole rispettate con coerenza, anche quando ciò implica rivedere decisioni sbagliate o concessioni di cittadinanza ottenute con troppa superficialità e leggerezza.
Perché il punto è piuttosto semplice: senza trasparenza, senza responsabilità e senza conseguenze, non c’è fiducia, ma c’è solo rabbia. E dove cresce la rabbia, cresce anche l’insicurezza.
La Svizzera ed i suoi cittadini meritano certamente di più: regole applicate, decisioni coerenti, informazioni chiare: non silenzi comodi, disinformazione e ambiguità sistematiche. Perché una società che non si fida più - e che si sente sempre più insicura - è una società che ha già iniziato a perdere.
La vera domanda, allora, è una sola: vogliamo continuare a gestire le conseguenze oppure iniziare finalmente a governare le cause?




