La milizia che scricchiola

Paolo Ortelli, deputato PLRT
Le vicende che hanno animato la politica ticinese questa estate, alcune istituzionalmente rilevanti, altre legate ai comportamenti dei protagonisti, hanno alimentato polemiche e interrogativi sulla credibilità della politica. Sarebbe però un’occasione persa fermarsi ai singoli episodi. Quanto accaduto dovrebbe spingerci a una riflessione più ampia: in quali condizioni chiediamo oggi a qualcuno di assumersi una responsabilità politica? È una domanda che mi pongo anche alla luce della mia esperienza in Gran Consiglio. In questi anni ho cercato di tradurla in proposte concrete: dalla riflessione sulla durata delle legislature al rafforzamento del supporto tecnico alle Commissioni, fino al tentativo – non accolto dal Parlamento – di introdurre una soglia elettorale del 3% per favorire maggiore stabilità e funzionalità. Proposte diverse, nate dalla stessa convinzione: se vogliamo preservare la politica di milizia dobbiamo adattarne le condizioni a una società profondamente cambiata.
La milizia è uno dei tratti più preziosi della democrazia svizzera: la politica non come professione, ma come servizio alla comunità svolto da cittadini che continuano a vivere e lavorare nella società. Imprenditori, insegnanti, artigiani, professionisti e dipendenti portano così nelle istituzioni esperienze maturate nel mondo reale. Ma questo modello sta presentando il conto. Con l’avvicinarsi delle elezioni cantonali tornerà un problema ben conosciuto dai partiti: trovare persone disponibili a candidarsi, soprattutto competenti e motivate. Sarebbe troppo facile attribuirlo alla diminuzione del senso civico. Dovremmo invece chiederci quanto sia cambiato ciò che chiediamo a chi fa politica. I dossier sono più complessi, le normative si moltiplicano, le aspettative aumentano. La comunicazione non conosce orari e i social media hanno moltiplicato l’esposizione personale. Intanto il mondo professionale è diventato più competitivo e assorbente. Eppure pretendiamo che tutto questo conviva con una professione, una famiglia e una vita privata.
Qui sta il paradosso: vogliamo politici di milizia, ma chiediamo loro prestazioni da professionisti della politica. Il rischio non è solo avere meno candidati. È che la disponibilità di tempo diventi un criterio di selezione più importante della qualità. Chi può ancora permettersi di fare politica? Chi dispone della necessaria autonomia professionale, di un datore di lavoro disponibile, del tempo da sottrarre alla propria attività e alla famiglia? Se queste condizioni diventano decisive, un sistema nato per avvicinare la società alle istituzioni rischia di rappresentarne soltanto una parte. La risposta non è professionalizzare la politica, ma modernizzare la milizia per conservarla. Significa discutere senza tabù di remunerazione, supporto tecnico, organizzazione del lavoro parlamentare e conciliabilità tra mandato, professione e famiglia. Significa coinvolgere il mondo economico, riconoscendo il valore dell’esperienza politica di un collaboratore. E significa chiedere alla politica meno burocrazia, più capacità di stabilire priorità e rispetto per il tempo.
Le vicende di questa estate passeranno, come passa la cronaca. La questione istituzionale resterà. La politica di milizia non si difende con le parole o con la nostalgia per un passato idealizzato, ma con scelte concrete. Se vogliamo preservarla, dobbiamo accettare una verità semplice: non basta chiedere disponibilità ai cittadini, dobbiamo creare le condizioni perché possano ancora permettersi di dire sì. Perché una democrazia di milizia non muore quando mancano i candidati. Inizia a indebolirsi quando diventano troppo pochi quelli che possono realisticamente permettersi di esserlo. La domanda, allora, non è se la milizia sia un valore. Lo è, e deve restarlo. La domanda vera è un’altra: siamo ancora disposti, come società, a renderla possibile?



