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ELIO DEL BIAGGIO

La favola svizzera dell’inflazione addomesticata

Elio Del Biaggio - ingegnere e consulente, comunicatore e autore sui temi di leadership, società e cambiamento
Foto Elio Del Biaggio
Fonte ELIO DEL BIOGGIO
La favola svizzera dell’inflazione addomesticata
Elio Del Biaggio - ingegnere e consulente, comunicatore e autore sui temi di leadership, società e cambiamento

C’è una parola che ritorna puntuale, quasi rituale, nel dibattito pubblico svizzero: inflazione. Ma più che una misura economica, sembra ormai diventata una narrazione rassicurante, costruita su numeri che molti cittadini faticano a riconoscere nella propria vita quotidiana. Perché mentre gli indici ufficiali raccontano di rincari contenuti, la percezione diffusa è ben diversa. E non si tratta solo di “percezioni” o di “sensazioni”: basta fare la spesa, pagare una fattura o aprire la cassetta della posta per accorgersi che qualcosa non torna. Il problema, allora, non è tanto l’inflazione in sé, quanto il modo in cui viene calcolata e comunicata ufficialmente.

Secondo l’Ufficio federale di statistica, l’inflazione misurata attraverso l’Indice nazionale dei prezzi al consumo (IPC) si è attestata negli ultimi anni su livelli relativamente moderati: circa +0,6% nel 2021, +2,8% nel 2022, +2,1% nel 2023, attorno al +1,4% nel 2024 e una media di +0,2% nel 2025. Numeri che, letti così, raccontano una Svizzera quasi fiabesca e immune dalle fiammate inflazionistiche vissute in tutti gli altri Paesi a noi vicini.

Eppure, per molte famiglie, questa fotografia appare sfuocata. Il famoso “paniere” su cui si basa l’indice federale ufficiale, pretende di rappresentare le abitudini di spesa medie: ma quanto è davvero aderente alla realtà attuale? Quanto riflette le priorità concrete delle economie domestiche, in un contesto in cui le uscite obbligate - salute, alloggio, energia - pesano sempre di più? Se il termometro è tarato male, anche la febbre sembrerà più bassa. Qui emerge una delle omissioni più discusse: i premi della cassa malati. Una voce che, per molte famiglie, rappresenta una delle spese più rilevanti e in costante crescita, ma che nel calcolo dell’inflazione viene considerata solo indirettamente e con un peso limitato. Il risultato è evidente: una sottostima del costo reale della vita. Si può davvero parlare di stabilità dei prezzi quando una delle principali uscite continua a salire in maniera tanto incisiva, anno dopo anno?

Nel frattempo, aumentano i prezzi dei beni di consumo, spesso in modo silenzioso ma costante. Non sempre con rincari evidenti: a volte si tratta di confezioni più piccole allo stesso prezzo, qualità ridotta, o costi accessori che si moltiplicano. Una forma di inflazione “strisciante” che sfugge alle statistiche ma non al portafoglio. Ma c’è un altro elemento che rende questo scarto ancora più evidente: salari e pensioni. Per molti lavoratori gli stipendi restano fermi o crescono meno dell’aumento reale delle spese, mentre per i pensionati gli adeguamenti sono spesso limitati e tardivi. Il risultato è semplice quanto concreto: anche con un’inflazione ufficiale “bassa”, il potere d’acquisto diminuisce. Non servono grandi teorie economiche: basta arrivare a fine mese. A questo si aggiunge il capitolo fiscale. Tra imposte dirette e indirette, tasse comunali, cantonali e federali, la pressione complessiva tende ad aumentare, spesso sotto forma di piccoli ritocchi difficili da contestare singolarmente ma pesanti nel loro insieme. Balzelli, contributi, adeguamenti: chiamateli come volete, il risultato non cambia. Il cittadino paga di più.

Il rischio, a questo punto, è duplice. Da un lato, si erode la fiducia nelle istituzioni, nella politica e negli strumenti ufficiali di misurazione: quando i numeri non coincidono con l’esperienza quotidiana, la credibilità vacilla. Dall’altro, si crea una frattura crescente tra chi elabora le politiche e chi le subisce, tra chi legge i dati e chi fa i conti a fine mese. Non si tratta di negare la validità degli strumenti statistici, ma di interrogarsi sulla loro adeguatezza. Un indice dei prezzi dovrebbe essere uno specchio fedele della realtà, non una fotografia ritoccata. E se la realtà cambia - come sta cambiando - anche gli strumenti devono evolvere. Perché, altrimenti, il rischio è quello di raccontarsi una storia comoda, mentre fuori scena la pressione economica aumenta. E a pagare il prezzo di questa discrepanza non sono le statistiche, ma le persone.

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