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26.06.2018 - 06:360
Aggiornamento : 12:50

«Ecco perché tra ex jugoslavi ci si “odia” ancora così tanto»

Cosa c'è dietro all'aquila mimata da Xhaka e Shaqiri ai Mondiali? Storia di una guerra mai dimenticata. L'analisi dell'esperto Daniel Bochsler

BELLINZONA – Si fa presto a giudicare. Soprattutto quando non si conosce la storia. Al mondiale di Russia, Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri, due calciatori svizzeri, in origine albanesi del Kosovo, fanno il gesto dell’aquila bicipite, dopo avere segnato contro la Serbia. Scatenando l’indignazione generale. Ma cosa c’è veramente dietro a un gesto simile? E perché, a decine di anni dagli episodi bellici, cova ancora tanto odio tra le persone che provengono dagli Stati dell’ex Jugoslavia? Una risposta arriva da Daniel Bochsler, esperto di Balcani e nazionalismo, nonché professore universitario a Copenhagen, Zurigo e Budapest.   

L’aquila bicipite rievoca la Grande Albania, la smarcatura dal potere serbo. Perché, nel 2018, c’è ancora bisogno di ostentare certi simboli?

«Non ritengo che una partita di calcio debba essere l’indicatore reale e oggettivo dei rapporti tra due Paesi. Se così fosse, allora dovremmo preoccuparci anche di quello che vediamo sugli spalti quando giocano Germania e Inghilterra».

Certo. Però è innegabile che tra cittadini dell’ex Jugoslavia ci sia ancora rancore.

«Il problema è che sulla questione non c’è mai stato un vero processo politico di riconciliazione. Anzi, i criminali di guerra degli anni ’90 sono ancora oggi considerati eroi in vari Stati balcanici».

Torniamo a quel conflitto. Qual è il momento decisivo?

«Negli anni ’80, dopo la morte del leader Josip Broz Tito, la Jugoslavia socialista è entrata in una grave crisi economica e politica. La Jugoslavia era uno Stato federale, basato su sei repubbliche con varie maggioranze etniche, con un Governo di concordanza, collettivo, simile a quello svizzero. Quel sistema è crollato».

Con quali conseguenze?

«Si assiste a una battaglia per il potere all’interno del Governo jugoslavo. Un ruolo forte lo assumerà il serbo Slobodan Milosevic, un uomo che voleva questo potere a tutti i costi. Allo stesso tempo, si nota nei vari Paesi dell’ex Jugoslavia una voglia di democrazia».  

Tutto questo ha portato all’esasperazione di alcuni concetti nazionalistici…

«Anche questo faceva parte della strategia per salire al potere. Si faceva leva sui sentimenti nazionalistici per legittimare certe scelte e per mobilitare i votanti».

Quando la Slovenia nei primi anni ‘90 decide di essere indipendente, l’esercito dell’ex Jugoslavia, a maggioranza serbo, la attacca. La stessa cosa accadrà con la Croazia, e più avanti con gli altri Stati. I serbi sembrano giocare la parte dei cattivi. E con la stessa etichetta sono stati apostrofati da molti in questi giorni, dopo il match di calcio con la Svizzera...

«Ma è sbagliato sostenerlo. Perché non c’era solo il nazionalismo serbo. C’erano vari nazionalismi. Quello croato, ad esempio, era tra i più pronunciati. I serbi, però, avevano un importante peso politico e detenevano il controllo militare».

Vista dall’esterno, quella dei Balcani sembra una guerra politica in cui a perdere è la gente comune. Tutta la gente comune. Indistintamente.

«Le vittime ci sono state su tutti i fronti. Alcuni Paesi ne hanno avute di più. E questo perché certi Stati avevano più mezzi militari rispetto ad altri».

Apriamo una parentesi sul Kosovo. Negli anni ’80 in Kosovo ci fu la spaccatura tra nazionalimo serbo e nazionalismo albanese. Questo contribuì all’ascesa al potere di Milosevic, che si fece garante dei nazionalisti serbi…

«La questione è delicata. Il Kosovo dal 1968 godeva di un’autonomia particolare. Nel 1989, Belgrado gliel’ha tolta. E da lì in poi si è assistito a un’escalation di tensione. Con più di 10 mila di morti».

Secondo lei, nei Paesi balcanici il nazionalismo è ancora presente, nascosto nell’ombra?

«La situazione è migliorata. Il conflitto degli anni ’90 oggi è meno presente. Se uno vive a Zagabria o a Pristina adesso è preoccupato piuttosto per l’economia, per il lavoro, per le condizioni salariali. Per alcune persone che hanno lasciato l’ex Jugoslavia all’epoca della guerra, invece, i ricordi sono probabilmente ancora legati a quel periodo e all’identità nazionale».

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