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NYON
23.03.2021 - 06:000
Aggiornamento : 23:54

L’Europeo s’ha da fare. «La UE non lo può bloccare, ma per i “grandi flagelli”...»

A lezione dalla Professoressa Espa: «Euro2021 a Londra? Gli atti dell’Unione non avrebbero efficacia».

Chi comanda nel continente? Impossibili decisioni vincolanti della UE sugli Stati membri.

NYON - Speranze, obblighi e minacce: nella tribolata strada che porta all’Europeo, la UEFA non si sta facendo mancare nulla. Ma tra l’auspicio di un’edizione quasi normale della manifestazione, la necessità di salvare la faccia e far quadrare i conti e il pugno duro promesso a chi non offrirà le necessarie garanzie, a Nyon stanno vivendo settimane complicate. Soprattutto, per la prima volta nella loro storia, non possono comportarsi da padroni: saranno costretti a scendere a compromessi con l’Unione europea. Quanto limitati saranno? Fino a che punto potranno “sfidare” il coronavirus? 

Una spiegazione sui delicati rapporti tra UEFA e UE ci ha aiutati a darla la Dottoressa Ilaria Espa, Professoressa Assistente Senior di Diritto internazionale dell’economia presso l’Istituto di diritto dell’USI.

«In primo luogo, va ricordato che gli Europei di calcio del 2021, inizialmente previsti per il 2020 e poi rinviati a causa della pandemia, si svolgeranno in ben dodici città, in dodici diversi Stati le cui federazioni calcistiche fanno parte della UEFA. Tuttavia, non tutte le federazioni calcistiche affiliate alla UEFA fanno parte dell’Unione europea. La manifestazione prevede, infatti, partite in Russia (San Pietroburgo), in Regno Unito (Londra e Glasgow) e Azerbaijan (Baku), ossia Stati non appartenenti alla UE. Proprio per questo motivo l’Unione europea non ha un vero e proprio potere di “bloccare” l’Europeo, non avendo competenza a legiferare in Stati che non fanno parte dell’Unione. Tuttalpiù, sarebbe possibile riscontrare una competenza più limitata dell’Unione europea di coordinamento nell’organizzazione della manifestazione sportiva nelle sole sedi dislocate in Stati facenti parte dell’Unione. Questa competenza deriverebbe, infatti, dal combinato disposto dagli articoli 4.2 lettera k) e 168 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE), uno dei trattati fondamentali su cui si fonda l’Unione. In base a tali disposizioni, l’Unione europea dispone di una competenza di coordinamento delle politiche degli Stati membri in caso di “grandi flagelli”, includendo la sorveglianza, l’allarme e la lotta contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero, come appunto la pandemia da Covid-19. È infine importante sottolineare che, come precisato dal TFUE, tali politiche devono garantire un livello elevato di protezione della salute umana».

In caso di “pareri” contrastanti, quale decisione ha più forza: quella di uno Stato membro o quella della UE? 

«I rapporti tra Unione europea e Stati membri si basano sul principio di attribuzione previsto dall’articolo 5 del Trattato sull’Unione europea (TUE), l’altro trattato costitutivo su cui si fonda l’Unione - ha aggiunto la docente - Sono infatti previste competenze esclusive da parte dell’Unione europea, competenze concorrenti tra Unione europea e Stati membri e competenze di supporto e coordinamento dell’Unione europea all’azione degli Stati membri. In questo contesto, nessuna delle competenze esclusive della UE permetterebbe una decisione vincolante da parte dell’Unione sugli Stati membri in materia sanitaria. I problemi di natura sanitaria come le epidemie ricadono infatti nelle competenze concorrenti, dove i paesi della UE esercitano la propria competenza laddove l’Unione non la eserciti o abbia deciso di non esercitarla. Nel particolare caso delle competenze in materia sanitaria, ex art. 168 TFUE, tali competenze sono proprio limitate al completamento delle politiche degli Stati membri per il miglioramento della sanità pubblica, la prevenzione delle malattie e l’eliminazione dei rischi per la salute umana, nonché all’incoraggiamento verso la cooperazione tra gli Stati membri nella lotta ai gravi problemi sanitari. In caso di epidemie transfrontaliere, tali competenze includono in particolare la ricerca sulle cause e sulla propagazione delle epidemie e la sorveglianza sulla loro diffusione. Quindi più di un vero e proprio potere di veto, vi è un potere di completamento da parte dell’Unione sulle politiche degli Stati membri e di coordinamento affinché gli Stati membri cooperino e adottino misure e standard sanitari compatibili con l’attuale situazione sanitaria, come ad esempio l’organizzazione di “bolle” che garantiscano contatti minimi per giocatori e staff e il rispetto di adeguate procedure di sanificazione e regolare tamponamento».

E l’utilizzo del passaporto vaccinale...

«Il 17 marzo la Commissione europea ha depositato una proposta legislativa per la creazione del cosiddetto Digital Green Certificate, un documento in formato digitale e cartaceo che faciliterà la circolazione all’interno dell’Unione europea per chi si sarà sottoposto a vaccinazione. Questo documento avrà una durata limitata nel tempo e sarà sospeso nel momento in cui l’OMS dichiarerà terminata la pandemia di Covid-19. Dal momento che la libera circolazione delle persone all’interno del territorio dell’Unione rappresenta uno dei diritti fondamentali dei cittadini europei, tale proposta dovrà ottenere l’approvazione degli Stati membri nel Consiglio dell’Unione e del Parlamento europeo. La cooperazione degli Stati membri sarà ancora più essenziale nell’implementazione di tali misure, dal momento che spetterà agli stessi Stati aggiornare gli elenchi delle persone vaccinate e valutare quali restrizioni potranno essere risparmiate ai cittadini in possesso del Digital Green Certificate. Al momento le distanze rimangono su due punti: se tale passaporto dovrà essere rilasciato solo a cittadini che hanno avuto un vaccino approvato dall’EMA o anche a chi è stato vaccinato con altri vaccini, come il russo Sputnik. La seconda criticità riguarda le limitazioni alla libera circolazione in caso di mancanza di passaporto vaccinale. Al momento, viste anche le difficoltà di approvvigionamento dei vaccini, si pensa di permettere la circolazione anche ai non vaccinati, ai quali saranno però richiesti ulteriori requisiti in caso di circolazione tra gli Stati dell’Unione europea, come la sottoposizione obbligatoria a tamponi rapidi ed eventuali periodi di quarantena».

La Nazionale Svizzera fa parte della UEFA. La Confederazione non fa parte della UE. Accordi UE-UEFA sulla gestione dell’Europeo che non soddisfacessero la Confederazione, potrebbero creare presupposti legali per la mancata partecipazione della selezione rossocrociata al campionato continentale?

«Eventuali accordi UE-UEFA avrebbero efficacia solo sugli Stati affiliati all’UEFA facenti parte dell’Unione. Si presume che tali accordi avvengano nel rispetto delle procedure decisionali proprie della UEFA, nonché delle norme che regolano i rapporti della stessa con le federazioni nazionali affiliate, come l’Associazione Svizzera di Football (ASF). Pertanto, qualsiasi eventuale questione giuridica che potrebbe essere sollevata da Berna dovrebbe essere rivolta proprio nei confronti della UEFA e riguardare il mancato rispetto dei diritti che la Svizzera vanta come Associazione affiliata. Una responsabilità dell’Unione europea, o dei suoi Stati membri, sarebbe più remota e potrebbe configurarsi in situazioni estreme, come nel caso in cui le misure adottate nell’ambito delle competenze dell’UE di completamento e coordinamento dell’azione degli Stati membri dovessero essere ritenute dalla ASF non adeguate al fine di tutelare la salute dei giocatori e dello staff tecnico, costringendola quindi al ritiro. Tuttavia, la competenza in materia sanitaria da parte della UE ha proprio lo scopo di coordinare l’azione sanitaria degli Stati membri verso standard più alti in un’ottica di reciproca collaborazione e di scelte condivise, rendendo improbabile l’adozione di standard non adeguati. In ogni caso, è da segnalare come il 17 marzo il presidente della UEFA Aleksander Ceferin ha pregato alle città che ospiteranno le partite della manifestazione di comunicare entro il 7 aprile la disponibilità ad assecondare tutte le misure sanitarie e organizzative richieste dalla UEFA».

I piani alternativi, qualora non si potesse tenere un Europeo itinerante, sono quelli di ridurre il numero di sedi o far disputare tutte le partite a Londra, dove già si terranno quelle dalle semifinali in avanti. Causa Brexit, il Regno Unito potrebbe gestire la situazione in maniera più snella?

«Da un punto di vista strettamente giuridico, il Regno Unito è a oggi uno Stato terzo rispetto all’Unione europea. Questo significa che gli atti legislativi e non legislativi dell’Unione non hanno efficacia sul suo territorio. Nel caso in cui si dovesse optare per una scelta del genere, infatti, il governo di Londra potrà decidere autonomamente come affrontare la situazione. Tuttavia, il carattere globale della pandemia rende auspicabile e ragionevolmente attendibile che il governo britannico rispetti il principio internazionale di cooperazione tra gli Stati. Questo vorrebbe dire il rispetto degli standard minimi imposti dall’Organizzazione mondiale della sanità, l’adozione di misure sanitarie in conformità con quelle adottate con i Paesi europei, nonché la cooperazione e lo scambio di informazioni con le autorità sanitarie europee e dei suoi Stati membri anche in virtù delle disposizioni rilevanti contenute nell’Accordo sugli scambi e la cooperazione recentemente concluso tra l’Unione e il Regno Unito».

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Ro 2 mesi fa su tio
Sembra proprio che il calcio, lo “sport “ in generale, sia su un altro pianeta. Ma d’altronde nella realtà non è dello Sport che si parla ma dei soldoni. Quando si giunge al punto di mettere la salute anche degli atleti dopo il lato economico le parole finiscono. Purtroppo la gente non si è ancora resa conto che oggi lo sport è solo un business e nulla più. E per dirla tutta: un atleta che usa qualsiasi mezzo, come il doping nel ciclismo, per essere il “ primo “ non è altro che un burattino in mano a dei giostrai.
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