Non si buttano alle ortiche milioni e posti di lavoro!

Andrea Togni CC PLR Lugano, SSR CORSI
Andrea Togni CC PLR Lugano, SSR CORSI
Soldi che toccano le tasche di tutti noi Ticinesi: il settore dei media è un ecosistema che, assieme alla RSI, rappresenta circa 1’400 posti di lavoro, oltre 75 professioni, formazione e circa 250 milioni di ricaduta economica nel nostro Cantone grazie alla perequazione federale. Gambizzare la RSI non significa fare spazio ai privati, significa indebolire tutti noi, come accaduto con la perdita di diverse regie federali (PTT, Swisscom, LaPosta, FFS, Esercito …segreto bancario), dove il Ticino ha pagato più di altri in termini di occupazione ed indotto.
La RSI è formazione di giovani (apprendistato e stages), collaborazione con SUPSI, USI e CISA, impieghi, competenze tecnologiche, copertura media di sport (minori) ed eventi, archivio audiovisivo, reportage dal territorio, analisi, storie, controllo delle fonti, produzione culturale, educazione ai media. In Ticino i privati non possono sostituirla, non c’è sufficiente massa critica. È vero che non tutto ciò che è pubblico piace, ma molto di ciò che è pubblico serve. Se vogliamo evitare una Svizzera divisa fra chi ha accesso all’informazione e chi no, dobbiamo VOTARE NO e respingere l’iniziativa: non per proteggere un’azienda, ma per garantire un’informazione generalista che raggiunga le valli, le periferie e le minoranze. In un Paese variegato come la Svizzera, ridurre le disuguaglianze informative rafforza la democrazia, non lo statalismo.
L’informazione riguarda la libertà dei cittadini e la nostra capacità di comprendere il mondo. Vogliamo davvero farci spiegare, ad esempio, i Bilaterali III da una piattaforma a pagamento o da un media europeo? La risposta, da svizzeri e da ticinesi, è NO.
Tagliare risorse al servizio pubblico significa indebolire il fondamento stesso su cui la Svizzera è cresciuta. Siamo il Paese delle iniziative e dei referendum. Votare NO all’iniziativa non preclude di considerare per il futuro un sistema di finanziamento diverso del servizio pubblico, ma permette di non distruggere il valore – anche economico – che la RSI rappresenta per il Ticino. Indebolire la RSI significa accettare una Svizzera a più velocità, dove l’informazione viene prodotta solo dove conviene (Zurigo!). Dimezzare il budget vorrebbe dire centralizzare quasi tutto nella Svizzera interna: un solo canale, una radio, forse una pagina web. Questo è l’opposto del nostro federalismo e significherebbe perdere pluralità, punti di vista e il racconto del Paese fatto da chi vive le regioni, non da chi le osserva da lontano.
Lo si è visto dopo l’episodio di Crans-Montana: compostezza svizzera contro spettacolarizzazione. Non è estetica, è indole, è un diverso modo di trattare persone e istituzioni: informare, non urlare.
Quindi, che Svizzera vogliamo? Una Svizzera a più velocità o una che investe ancora nella coesione, nella pluralità e nella competenza?
Costruire un sistema mediatico credibile ha richiesto decenni. Bastano pochi atti per demolirlo, indebolirlo, come è successo con l’esercito.
Difendere la Ticinesità significa difendere un intero settore, variegato, indipendente e radicato nel territorio. Non è uno spreco: è un investimento da 0.83 centesimi al giorno sulla nostra democrazia, sulla nostra economia e sulle opportunità formative per i giovani ticinesi.
Andrea Togni
CC PLR Lugano, SSR CORSI




