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CANTONE/ VALLESE

«Se da Roma vogliono mandare investigatori a Crans-Montana, lo facciano»

Oskar Freysinger, ex consigliere di Stato vallesano, aprì le porte all'Italia anche per il "caso Mongelli": «Ma non si dimentichi che i primi a volere giustizia siamo noi svizzeri».
Imago / Ti-Press (archivio)
«Se da Roma vogliono mandare investigatori a Crans-Montana, lo facciano»
Oskar Freysinger, ex consigliere di Stato vallesano, aprì le porte all'Italia anche per il "caso Mongelli": «Ma non si dimentichi che i primi a volere giustizia siamo noi svizzeri».

BELLINZONA/ CRANS-MONTANA - «Se gli italiani vogliono mandare qualche loro investigatore a Crans-Montana per aiutare a fare luce sulla strage di Capodanno, che lo facciano. Potessi decidere io, non mi opporrei». Oskar Freyinger, ex consigliere di Stato vallesano ed ex consigliere nazionale, d'altra parte aveva già aperto le porte all'Italia anni fa, quando il Vallese fu confrontato con il caso del piccolo Luca, il ragazzo italiano trovato in fin di vita tra le nevi di Veysonnaz.

Ecco. Partiamo da qui. Dal caso di Luca rinvenuto il 7 febbraio del 2002 in condizioni gravissime.
«Io mi sono battuto per fare riaprire il caso che nel frattempo era stato archiviato. L'Italia voleva mandare in Vallese alcuni investigatori. Personalmente ero d'accordo. E infatti arrivarono. Senza però aggiungere nulla all'inchiesta. Forse perché nel frattempo erano passati troppi anni. Ancora adesso non si sa cosa sia accaduto a Luca che dopo quell'episodio è rimasto cieco e in sedia a rotelle».

Stavolta non è passato troppo tempo dal dramma. La Procura di Roma, sulla spinta della premier italiana Giorgia Meloni, vuole mandare una squadra di specialisti a Crans-Montana.
«Prima di tutto qui le cose sembrano più chiare rispetto al caso del piccolo Luca. Se gli specialisti italiani possono servire per dare una mano, non vedo perché rifiutare il loro aiuto. Anche per calmare la gente e per darle un senso di giustizia trasparente».

Non si tratterebbe di un atto di sfiducia verso gli inquirenti rossocrociati?
«Io penso comunque che anche senza l'aiuto italiano il rapporto della giustizia vallesana sarà corretto. L'Italia continua a dimenticarsi che non ci sono stati solo morti italiani nella tragedia di Crans-Montana. Anzi, numericamente le vittime svizzere sono state di più».

Parliamo di questo aspetto.
«È importantissimo ricordarlo. Gli svizzeri per primi vogliono giustizia. Perché a livello di vite hanno pagato un tributo altissimo. Personalmente conosco persone che hanno perso un figlio nel rogo. Sono devastate. Anche io pretendo giustizia. Come tutti. Il fatto che il sistema svizzero sia diverso da quello italiano non significa non avere desiderio di giustizia. Seguo anche gli altri media esteri. Tutti giustamente criticano. Ed è legittimo. Ma solo l'Italia attacca in questo modo».

Come lo spiega?
«In Italia purtroppo la giustizia ha spesso a che fare con la mafia. Forse le figure dei coniugi Moretti, con tutti i loro intrallazzi, suscitano tanti sospetti in tal senso».

C'è anche chi ha pensato che dietro il rogo potesse esserci un regolamento di conti.
«Al momento non c'è alcuna prova che indichi questa ipotesi come realistica. I fatti sembrano più semplici. E non è nemmeno una questione di leggi. In Vallese abbiamo una tra le leggi anti incendio più severe in Svizzera. Purtroppo non è stata rispettata. Chi ha dato l'autorizzazione ai Moretti per quel locale ha sbagliato. Così come chi doveva controllare».

In merito ai coniugi Moretti sono state fatte tante allusioni, in particolare sulla loro grande liquidità finanziaria...
«Mah. Questo accade quando si vuole fare tutto in fretta. Perché poi il quotidiano "Le Temps" ha rivelato che il loro patrimonio ammontava attorno ai cinque milioni di franchi e che avevano debiti per quattro milioni. Se hai debiti, significa che non è vero che hai pagato tutto in cash. Che Jacques Moretti abbia un passato discutibile è chiaro. Però che legame c'è tra il suo passato e una tragedia in cui ci sono stati 40 morti?».

Questi aspetti collaterali, ma non di secondo piano, insospettiscono molti. Compresi gli italiani.
«Per questo dico: se serve per tranquillizzare tutti, si collabori. Anche con l'Italia. Senza però che vengano giudicati i sistemi altrui. C'è un'indagine penale su fatti che in apparenza sono piuttosto chiari. Non bisogna avere fretta di trovare il colpevole immediatamente. Ci sono dei tempi e delle logiche da rispettare».

A proposito di tempi, la parte finanziaria e civile di questa vicenda si preannuncia infinita.
«Lo credo anche io. Bisognerà definire chi dovrà pagare e perché. Stiamo parlando di cifre enormi. E, se dovessero essere appurate certe inadempienze, vedo il fallimento del Comune di Crans-Montana come uno scenario reale».



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