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Daniele Mattioli si racconta: «Ad Ambrì c'era sempre qualcosa che non andava»

Daniele Mattioli, ex difensore biancoblù: «Con la mentalità di oggi probabilmente gestirei meglio certi momenti»
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Daniele Mattioli si racconta: «Ad Ambrì c'era sempre qualcosa che non andava»
Daniele Mattioli, ex difensore biancoblù: «Con la mentalità di oggi probabilmente gestirei meglio certi momenti»
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LAVORGO - Una carriera breve ma intensa che gli ha dato e insegnato tanto. Daniele Mattioli custodisce nel cuore dei bellissimi ricordi del suo periodo nell'hockey, anche se non nasconde un pizzico di rammarico per come ha gestito alcune situazioni, in particolare il rapporto con i tifosi dell'Ambrì (spesso molto severi con lui). Tornare indietro non si può e oggi il 41enne è felicemente titolare della Macelleria Mattioli di Lavorgo: un lavoro che ama e che gli regala un sacco di soddisfazioni...

L'ex giocatore dell'Ambrì aveva esordito nella massima serie nella stagione 2005/06 per poi lasciare il professionismo nel 2010, prima di giocare ancora qualche anno fra Sierre, Chiasso e Biasca. «I ricordi sono bellissimi - ci ha detto Daniele Mattioli - Quando giocavo nel settore giovanile mai avrei pensato di arrivare al professionismo. Ho sfruttato l'occasione, anche se forse - guardandomi indietro oggi - probabilmente non appieno... Mi sono reso conto di non aver gestito nel modo migliore la pressione, in particolare quella che mettevano i tifosi. Ma dall'hockey mi sono rimaste molte amicizie e ancora oggi mi sento con tanti ex compagni. L'hockey comunque non mi manca, semmai manca lo spogliatoio. Non è che se vado a vedere le partite mi viene voglia di giocare. In passato, diversi amici mi hanno anche chiesto se volessi giocare in Terza Lega, ma ho rifiutato. Il poco tempo libero mi piace dedicarlo alla mia compagna e ai miei due figli».

Quanto ti influenzavano le critiche?
«Mi facevo influenzare molto dal pubblico. Di base già io sono una persona molto sensibile... Mi sembrava di percepire che dall'esterno pensassero sempre che fosse colpa mia quando subivamo un gol. Con la mentalità di oggi e con gli anni d'esperienza, probabilmente gestirei meglio quei momenti. L'anno con Jan Tlacil giocavo in linea con Naumenko, giocavo in powerplay e boxplay, ero in fiducia, ma ricordo che c'era comunque sempre qualcosa che non andava. Ad Ambrì è così, quando le cose vanno bene va tutto bene, quando le cose non funzionano si è sempre alla ricerca di un capro espiatorio. Gli spettatori, ma non solo ad Ambrì, devono capire che sotto una divisa c'è sempre una persona. Non è perché si paga un biglietto che automaticamente si ha il diritto di insultare. Non funziona così».

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C'è qualche episodio che ti ha segnato?
«Leggevo tantissimo i blog e quando lo facevo andavo fuori di testa. Alla Valascia l'uscita riservata a noi giocatori era proprio sotto le tribune e da lì molte volte piovevano insulti di tutti i tipi. Spesso mi hanno attaccato... In un'occasione avevano persino toccato la mia vita privata, coinvolgendo il lavoro di mio padre... In quell'occasione ricordo di aver reagito perché lo ritenevo inaccettabile. C'era poi una persona che mi insultava sui blog, si nascondeva dietro un nickname: recentemente, la stessa persona, è venuta nel mio negozio a fare la spesa. Quando mi ha visto non mi ha nemmeno guardato in faccia, probabilmente perché era in imbarazzo. Ce ne sono tanti di momenti in cui ho perso la pazienza...».

È per questo motivo, quindi, che a circa 30 anni hai deciso di smettere?
«Non direi... A quell'età, dopo aver avuto problemi alle ginocchia e alla schiena, sentivo che era il momento di smettere. Sin da giovane la mia idea era quella di cominciare a lavorare non troppo avanti con l'età. E così è stato...».

Ti è mancata un po' di fame nella tua carriera?
«Forse sì, non ho mai avuto quella fame morbosa di voler arrivare e in prima squadra sono arrivato un po' per caso. Con questo non voglio dire che in allenamento non mi impegnassi, anzi... Ma l'hockey non è mai stato un mio obiettivo prioritario... Ricordo che nell'ultimo anno di Juniori Elite, l'allora direttore sportivo Peter Jaks mi aveva chiesto se volessi andare in Russia a fare un campo d'allenamento, ma io gli avevo risposto che sarei andato a Milano Marittima con gli amici...».

Qual è il ricordo più bello che hai della tua carriera?
«Uno dei più belli è il 6-0 con cui avevamo vinto il derby a Lugano e la stagione con Tlacil, dove giocavo davvero molto. Non tralascerei neppure il primo gol con l'Ambrì, nel novembre del 2007, contro il Basilea. Ma devo dire che ad Ambrì quando si vinceva era sempre speciale. Come quando eravamo sul 3-0 nella serie dei quarti contro il Lugano, una serie che però si è poi trasformata in un incubo».

C'è un allenatore con cui non hai mai legato?
«Con Laporte non mi sono mai trovato bene. Malgrado ciò, a fine stagione avevamo avuto un colloquio costruttivo. Entrambi eravamo vittime di severe critiche da parte del pubblico e lui mi ha detto che capiva quanto fosse difficile lavorare in questo contesto. Lui mi consigliò di andare via, perché rimanendo mi sarei bruciato mentalmente. Capiva il mio disagio e le mie difficoltà».

Il presente è il lavoro presso la Macelleria Mattioli...
«Esattamente, della quale sono titolare. È bellissimo portare avanti qualcosa che hanno creato i miei genitori, i quali non mi hanno mai forzato a portare avanti l'azienda. È un lavoro bellissimo, avere un'attività tua richiede tanto sacrificio: lavoro dal lunedì al sabato e a volte inizio alle 4 del mattino per terminare alle 7 di sera. Il nostro lavoro non è solo quello che si vede esposto sul banco: ci occupiamo di macellazione e della lavorazione della carne, che richiedono molto tempo. È sempre interessante vedere cosa si nasconde dietro a un salametto...».


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