Minacciata e colpita da un pugno in schiena

È accaduto a una donna che ha tentato di calmare una violenta lite di coppia. Il suo desiderio di denunciare l'aggressore si è spento quando la polizia le ha comunicato che l'uomo avrebbe poi avuto i suoi dati.
LUGANO - Colpita con un pugno in schiena e minacciata. Perché ha tentato di separare un uomo che stava malmenando la propria compagna. L'episodio si è verificato la sera dello scorso 27 novembre in Piazza Dante, a Lugano. La protagonista, una donna del Luganese, lo racconta solo adesso. Dopo la pubblicazione su tio.ch di un articolo che tratta le difficoltà di chi deve denunciare un'aggressione.
Bloccata al momento della denuncia – «Quando non vi sono gli estremi per un reato perseguibile d’ufficio, è importante formalizzare una denuncia in modo che si possa aprire un'inchiesta». Questo consiglia la Polizia cantonale alle vittime di aggressioni o minacce. La nostra interlocutrice la denuncia la voleva fare, eccome. Ma si è bloccata sul più "bello". «Due giorni dopo i fatti, mi sono recata presso la sede di polizia di Via Bossi, a Lugano. E l'agente che avrebbe dovuto raccogliere la mia denuncia mi ha fatto presente che la persona denunciata sarebbe poi venuta a conoscenza dei miei dati».
«Senso di ingiustizia» – A quel punto la giovane donna si paralizza. «Si prospettava la concreta possibilità che l'individuo in questione potesse presentarsi presso il mio domicilio e perseguitarmi. E questo perché, a quanto pare, lo faceva già con altre persone. Si tratterebbe infatti di un uomo già noto alle autorità. Per il mio bene mi è stato dunque "suggerito" di non sporgere denuncia. Quando sono uscita da quell'ufficio ho provato un profondo senso di ingiustizia».
Cosa è successo quella sera – La mente della donna torna a quella sera del 27 novembre 2025 quando si trovava nel centro di Lugano con un amico. Erano circa le 22.30. «A un certo punto in Piazza Dante notiamo che un uomo stava litigando con la propria compagna. Lui le aveva messo addirittura le mani al collo. A me è venuto d'istinto di andare a sedare quell'atto violento. Ma l'uomo era una furia. Non c'era verso di calmarlo. Se l'è presa sia con me, sia con la persona con cui ero. Poi mi ha minacciata e mi ha anche colpita».
La domanda – Un quarto d'ora più tardi sul posto arriva la polizia, chiamata da alcuni passanti. «Una volta che il soggetto è stato allontanato, la pattuglia ci ha comunicato come sporgere denuncia. Io ero convintissima in quel momento. Poi è andata come è andata. Ancora oggi mi domando perché chi dovrebbe denunciare è così poco tutelato».
Termine di tre mesi – «La decisione di sporgere denuncia – sottolinea un portavoce del Servizio comunicazione, media e prevenzione della Polizia cantonale – spetta innanzitutto alla persona coinvolta. Nel sistema giuridico svizzero, infatti, diversi reati sono perseguibili solo a querela di parte. E la procedura penale viene avviata quando la persona che si ritiene lesa decide di presentarla. In questi casi la legge prevede inoltre un termine di tre mesi per sporgere querela a partire dal momento in cui la persona ha conosciuto l’identità dell’autore del reato».
«L'informazione deve essere completa» – In alcune circostanze non si arriva però, involontariamente, a spaventare la vittima e a disincentivare così la denuncia? Ad esempio insistendo sul fatto che il denunciato avrà i dati del denunciante? «Informare in modo completo sui diritti, sui termini e sulle implicazioni della procedura – riprende il portavoce – rientra tra i doveri della polizia. Proprio per permettere alle persone coinvolte di prendere una decisione in maniera responsabile. Questo tipo di informazione non ha lo scopo di disincentivare le denunce. Ma di garantire trasparenza e consapevolezza nel rapporto con la popolazione».



