«Probabilmente non ero pronto per il salto in prima squadra...»

Il portiere ticinese vanta cinque presenze nella massima serie: «I momenti più belli li ho passati in Prima Lega»
Il portiere ticinese vanta cinque presenze nella massima serie: «I momenti più belli li ho passati in Prima Lega»
BLENIO - La sua carriera è iniziata nella scuola hockey dei TVG Biasca nel 1992 ed è culminata con l'approdo nell’élite dell’hockey elvetico con la maglia dell’Ambrì. Giacomo Beltrametti ha analizzato il salto in prima squadra - avvenuto nella stagione 2008/09 in una fase complessa per il club leventinese - e la successiva affermazione come leader nel campionato di Prima Lega, dove nel 2016 ha trascinato il Biasca alla conquista del titolo, da MVP dei playoff. «Ho iniziato quando avevo tre anni nel 1992, anno in cui era stata inaugurata la nuova pista di Biasca. Sono rimasto lì fino ai 12 anni, poi mi sono trasferito ad Ambrì...».
Fino all'esordio in prima squadra... Come lo hai vissuto?
«Ero sicuramente emozionato, ma l'ho affrontato con la sfrontatezza tipica dei 18-19 anni. Erano gli anni bui dell'Ambrì e probabilmente non ero ancora pronto per quel salto. Forse mi mancava qualcosa, ma l'occasione si era presentata e andava colta. Poteva andare meglio».
Hai qualche rimpianto?
«No, nessun rimpianto. Tutto ciò che è venuto dopo, la famiglia e il lavoro, non sarebbe arrivato senza le scelte che ho fatto. E poi ho avuto una carriera bellissima in Prima Lega, il livello più alto del non professionismo di quei tempi. Va benissimo così...».
Nell'allora NLA hai giocato tre partite intere e un paio di spezzoni... L'unica vittoria, alla Valascia, era arrivata contro il Ginevra: sotto 0-3, avevate rimontato fino al 5-3...
«Esatto, è l'unica che ho vinto. I due spezzoni erano stati a Berna, quando ero stato sostituito da Croce, e negli ultimi dieci minuti di un derby. Non ho grandi ricordi, perché perdere non fa mai piacere. Le soddisfazioni hockeistiche me le sono tolte altrove: in Prima Lega a Chiasso, Bellinzona e soprattutto a Biasca, ma anche a Coira e a Neuchâtel in LNB. Mentre l’anno a Sierre è stato bellissimo ed arricchente a livello privato ma non a livello sportivo».
TiPressIn Prima Lega hai vinto un campionato nel 2016, risultando MVP dei playoff...
«Vincere il campionato della massima lega non professionistica è stato un grande risultato. Va comunque detto che con l'avvio del progetto Ticino Rockets, quell'anno eravamo già promossi d'ufficio e le altre squadre ci prendevano in giro dicendo che era facile salire così. Allora ci siamo detti che non ci interessava la promozione a tavolino: volevamo vincere il campionato per dimostrare la nostra forza. E così abbiamo fatto...».
Oggi l'hockey fa ancora parte della tua quotidianità...
«Esattamente. Ho allenato per cinque anni i portieri del settore giovanile dell'Ambrì e dall'anno prossimo collaborerò con la categoria U9 e scuola hockey, dove giocano i miei figli. Inoltre, insieme a Ivan Leonardi e Paolo Imperatori, allenerò il Blenio, come la scorsa stagione. Se vado a vedere l'Ambrì? Sì, ma non in Curva: preferisco la tribuna per godermi il gioco. Nell'ultima stagione sono andato due o tre volte con i miei figli».
Tornando all'Ambrì in cui hai giocato... Hai condiviso lo spogliatoio con un certo Erik Westrum... Cosa puoi dirci di lui?
«Era un vero fenomeno. Tra l'altro è nato esattamente dieci anni prima di me, il 26 luglio 1979. Era un pazzo scatenato che, se avesse avuto la giusta mentalità, non sarebbe mai arrivato ad Ambrì e avrebbe fatto una gran carriera in NHL. Aveva qualità straordinarie».
Quali consigli daresti a un giovane che vuole iniziare a giocare a hockey?
«Di farlo con passione. Se diventa solo un impegno o lo fai per i tuoi genitori, allora è sbagliato. Se comincia a pesarti, meglio lasciar perdere. Il divertimento deve essere sempre al primo posto: è quello che ti fa capire se stai facendo la cosa giusta. Se andare all'allenamento è un peso, allora non è la strada giusta».






