Tutto sotto al tappeto, anche i morti: «C'era gente che sapeva, e lo hanno protetto»

Il picco di decessi del Reparto di cardiologia dell'Ospedale Universitario di Zurigo continua a far discutere. Le parole di chi li denunciò (venendo licenziato) e di chi ha provato a portarli davanti alla giustizia.
ZURIGO - Torna a far discutere l'operato del cardiologo e professore di origini italiane Francesco Maisano, impiegato presso l'Ospedale universitario di Zurigo (USZ), e quella settantina di decessi ritenuti «sospetti» ed «evitabili» di 70 persone in cura presso il reparto di cardiologia.
Denunciò, e venne licenziato
A parlare, sulle pagine dell'Aargauer Zeitung, il whistleblower che denunciò il tutto alla direzione dell'ospedale (finendo per essere licenziato). André Plass, allora medico senior presso la struttura, non si tira certo indietro: «La direzione ha cercato per anni di nascondere tutto quello che riguardava Maisano sotto al tappeto, pur sapendo bene quel che stava davvero succedendo».
Il rapporto, reso pubblico lo scorso martedì, lo convince solo fino a un certo punto: «Non so, mi dà una sensazione di “costruito”», sentenzia Plass, «sono solo numeri, dietro ai numeri però c'è di più, molto di più, una rete di connivenza».
«Si tenta di “spalmare” su tutti la colpa di poche persone»
Secondo lui, inoltre alcuni aspetti non sarebbero stati approfonditi in maniera adeguata, soprattutto la questione degli impianti cardiologici «innovativi» realizzati da un'azienda legata a Maisano e impiantati dallo stesso nei pazienti dell'Unispital. Proprio questi dispositivi sarebbero all'origine dei decessi, o comunque di problematiche serie anche nei pazienti che sono sopravvissuti.
«Secondo il documento della Direzione Maisano ne esce come un luminare con scarse doti da leader. È una tattica che l'USZ ha già usato in passato, ovvero “spalmare” la colpa su tutta la leadership invece di inquadrare il responsabile: ha utilizzato per anni e sistematicamente dispositivi che sapeva non funzionanti, e ha guadagnato milioni, sulla pelle dei suoi pazienti», argomenta.
Un fallimento sistematico
Per l'ex-dottore è chiaro: «A fallire è stato tutto il sistema, c'erano persone in posizioni chiave che hanno beneficiato della rete di Maisano e lo hanno protetto». Secondo lui, negli anni, le segnalazioni sarebbero state tante - e ripetute - ma la direzione avrebbe «distolto volutamente lo sguardo».
Per questo, nel 2024, ha voluto denunciare il tutto con una querela di 30 pagine inviata alla magistratura zurighese senza ricevere più notizie. Stando al portavoce del Ministero pubblico il tutto sarebbe «ancora in lavorazione».
Quando anche la giustizia tentenna
Il rapporto presentato martedì è stato consegnato anche agli inquirenti zurighesi che ora dovranno valutare se ci sono gli estremi per procedere con un'indagine ed - eventualmente - a un'ipotesi di reato.
Sempre martedì è emerso che, in passato, vi erano già state alcune denunce presso il Ministero pubblico con accuse gravi: omicidio colposo, lesioni personali gravi colpose e falsificazione di documenti. Queste si erano però arenate.
A portare all'attenzione della giustizia il “caso Maisano” era stata Erika Ziltener, allora attiva presso il centro regionale per la tutela dei pazienti Patientenstelle Zurich: «Non lo nascondo, è stata una delle esperienze più sconvolgenti della mia vita professionale».
Per il suo ufficio era la prima volta che si procedeva con una denuncia nei confronti di un medico e di un team medico: «Criminalizzare non è certo il nostro obiettivo, solitamente le diatribe mediche si risolvevano in sede extragiudiziale, ma avevamo capito che non si trattava di casi isolati, dietro c'era un sistema, e non potevamo aspettare che altri subissero danni».
Il Tribunale competente però decise di non procedere: «Per noi fu davvero una sorpresa e ancora oggi la cosa mi sembra piuttosto sospetta», ha confermato Ziltener alla NZZ.
Quelle indagini che si sono arenate
Ma davvero nessuno aveva indagato sulla questione? Sempre stando al quotidiano zurighese, un fascicolo d'indagine era stato aperto nel 2020, per poi arenarsi in seguito alla non concessione da parte del tribunale cantonale del nullaosta a procedere.
«Anche nel settore medico, come in altri settori, esistono professionisti scarsi nel loro lavoro ma questo non significa che ci sia dolo o negligenza, ma solo incapacità», commenta alla NZZ l'avvocato ed ex-procuratore pubblico sangallese Ronald Pedergnana.
La componente criminale va quindi identificata con assoluta certezza: «Per il Ministero pubblico questo richiede un grande dispendio di risorse, con il rischio concreto che tutto finisca in niente». Ora però, non è escluso che le cose possano prendere una piega diversa. Non è escluso nemmeno che i familiari delle persone defunte in seguito ai trattamenti decidano di farsi valere in sede civile.



