Dalle frane di Davesco-Soragno allo schianto dell'elicottero: 18 anni nei pompieri di Lugano

Il racconto del sergente Boris Rickenbach: nato come pompiere volontario, nel 2008 ha lasciato il lavoro da giardiniere per diventare professionista
LUGANO - «Un intervento di quelli che restano impressi». Lo descrive così quello che ha coinvolto lunedì sera i pompieri di Lugano, chiamati a intervenire in seguito allo schianto di un elicottero a Mezzovico. «Scene che non si vedono tutti i giorni - racconta a tio.ch il sergente Boris Rickenbach del Corpo Civici Pompieri di Lugano -. In queste situazioni la concentrazione è massima e ogni gesto deve incastrarsi in una macchina di soccorso che coinvolge più enti e competenze. La collaborazione con ambulanza, polizia e tutti gli altri è fondamentale. Diventa un unico grande sistema, ed è impressionante». Momenti capaci di spezzare la normalità di un lavoro che, spesso, è fatto anche di routine.
Poi la quotidianità torna a farsi sentire. Proprio mentre siamo nella caserma di via Trevano, la sirena torna a suonare. I militi si preparano in pochi istanti, salgono su camionetta, cisterna e auto e si dirigono a tutta velocità verso il centro cittadino. L'allarme è scattato da un presidio antincendio che, non di rado, si rivela un falso allarme.
Quel che si prova, riprende Rickenbach, cambia ogni volta. «Dipende molto dal tipo di intervento». E porta alcuni esempi: «Allarmi automatici, piccoli inquinamenti, allagamenti… situazioni che nei primi anni davano comunque una certa adrenalina, anche se relativamente semplici. Adesso invece sono routine e non suscitano grandi emozioni». Rickenbach è entrato nel Corpo Civici Pompieri di Lugano nel 2008 come volontario, diventando professionista nel 2013. Oggi è sergente e capogruppo.
Nei suoi 18 anni di servizio, l'intervento che gli è rimasto più impresso risale al 2014. «Mi riferisco alle frane di Davesco-Soragno: interventi complessi e impegnativi. Siamo abituati a interventi piccoli e quotidiani, come un'auto o un appartamento in fiamme. Ma situazioni come quelle sono diverse: coinvolgono molte persone e non ci sono automatismi abituali. Ci si trova davanti a scenari non evidenti né quotidiani, come persone sotto le macerie». In quei momenti è fondamentale «mantenere la mente lucida e concentrarsi sul proprio lavoro. Poi dipende anche dal ruolo: che tu sia milite o capogruppo, devi svolgere il tuo compito nel miglior modo possibile». La paura, nonostante gli anni di esperienza, resta una componente presente. «Non quella che ti blocca, ma quella che ti tiene sul chi va là. È una forma di prudenza che ci tutela, evitando di farci male a nostra volta».
Guardando al suo percorso, racconta che prima di diventare professionista lavorava come giardiniere. «Un mestiere che mi piaceva tantissimo e che ancora oggi coltivo come hobby. Quello del pompiere è però particolare, non accessibile a tutti. Ogni giorno fai qualcosa di diverso, anzi non sai mai cosa ti aspetta: è una sorta di lotteria. Puoi passare giorni senza emozioni particolari oppure vivere interventi che ti restano impressi per tutta la vita, come quello recente dell'elicottero».
Non manca infine il riconoscimento da parte delle persone soccorse. In caserma si trovano diversi biglietti di ringraziamento ricevuti dopo gli interventi. «È sempre appagante. Non tutti lo fanno, certo… ogni tanto arrivano anche le lamentele (ride). Però ricevere un riscontro è bello. A casa ho ancora un'orchidea che ci hanno regalato tanti anni fa dopo un soccorso stradale: è ancora viva e, ogni volta che la innaffio, mi torna in mente quell'intervento».



