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«A 16 anni ero già tra i grandi. Forse troppo presto»

Andrea Russotto ricorda gli anni in Ticino tra sacrifici familiari, sogni di Serie A e il peso di essere indicato come il “nuovo Del Piero”.
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«A 16 anni ero già tra i grandi. Forse troppo presto»
Andrea Russotto ricorda gli anni in Ticino tra sacrifici familiari, sogni di Serie A e il peso di essere indicato come il “nuovo Del Piero”.
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BELLINZONA - All’ombra dei Castelli arrivò giovanissimo, nella stagione 2004/05. Aveva appena 16 anni, ma attorno al nome di Andrea Russotto aleggiava già l’etichetta pesantissima del predestinato. Romano, classe 1988, cresciuto nel vivaio della Lazio — la squadra del cuore — veniva indicato da molti come il “nuovo Del Piero”. Un paragone enorme, forse troppo grande per un ragazzo che stava ancora cercando sé stesso.

E così, anche per allontanarsi da una pressione mediatica diventata soffocante, Russotto scelse Bellinzona. Una decisione coraggiosa. Con l’ACB, tra prestiti e rientri, collezionò 9 presenze e un gol in Challenge League, 8 apparizioni in Super League con un assist e 5 partite in Coppa Svizzera impreziosite da 3 reti.

Nel frattempo il talento romano bruciava le tappe: esordio in Serie A con il Treviso a 17 anni, poi il grande salto al Napoli a soli 21. In azzurro totalizzerà 15 presenze, senza però riuscire a compiere definitivamente quell’ultimo passo che sembrava scritto nel suo destino. Oggi, a 38 anni, gioca in Eccellenza siciliana con il Vittoria, vive a Catania e ha ritrovato nel calcio una dimensione più autentica, serena e passionale.

Qualche rimpianto? Russotto poteva davvero diventare il nuovo Del Piero?
«Mah, oddio, forse il paragone era un po’ troppo grande. Sicuramente, però, in quel periodo ero nel momento cruciale della mia crescita e avevo qualità importanti. I paragoni nel calcio arrivano in fretta, ma essere accostato a mostri sacri come Del Piero forse era prematuro. Ero ancora troppo giovane. Però sì, quando arrivai in Svizzera vivevo il periodo più importante della mia formazione calcistica».

A Bellinzona arrivasti a soli 16 anni. Che impatto ebbe lasciare casa così presto?
«All’inizio fu quasi traumatico. Io sono cresciuto in un paesino di Roma, tra il campetto dell’oratorio e gli amici della scuola calcio. Ritrovarmi lontano da casa così giovane non fu semplice. La mia famiglia ha fatto sacrifici enormi: mia mamma e mia sorella lasciarono praticamente tutto per seguirmi in Svizzera, mentre mio padre faceva avanti e indietro ogni fine settimana».

Col senno di poi rifaresti quella scelta?
«Forse no. Ma non perché Bellinzona sia stata una scelta sbagliata, anzi. Il problema è che quando lasciai la Lazio il club viveva un momento economico difficile. Poi però la situazione cambiò e il mio grande rammarico è non essere rimasto nella squadra che amavo e che mi aveva cresciuto. Detto questo, al Bellinzona devo tantissimo».

Che ricordo conservi dell’esperienza in Ticino?
«Al di fuori dal campo ho trovato persone straordinarie. Mi hanno accolto come un figlio e hanno aiutato tantissimo anche la mia famiglia. Ci tengo davvero a ringraziarle. A 16 anni trasferirsi non è facile. La famiglia Pasquale mi aprì le porte di casa e del loro ristorante (il Varano, ndr). In pratica vivevo lì. Mi hanno cresciuto e sostenuto nei momenti più difficili».

Guardando alla tua carriera, qual è stato il momento più alto? E il rimpianto più grande?
«Il punto più alto è stato giocare in Serie A e vivere una piazza come quella di Napoli. Il rimpianto più grande è non essere riuscito a restare a quei livelli più a lungo. Dopo l’esperienza al Napoli sono sceso subito in Serie B. Però non posso lamentarmi: ho giocato tanto tra i professionisti, vestito la maglia delle nazionali giovanili e partecipato alle Olimpiadi».

Secondo te, cosa è mancato per fare il definitivo salto di qualità?
«Probabilmente la maturità necessaria per affrontare certi palcoscenici. È successo tutto troppo in fretta: nel giro di poco tempo mi sono ritrovato nel calcio dei grandi. Forse avrei avuto bisogno di fare più gavetta. A Bellinzona, a 16 anni, ero già in prima squadra».

E il passaggio dal calcio giovanile a quello professionistico pesa parecchio…
«Sì, ha inciso molto, soprattutto a livello emotivo e caratteriale. Probabilmente non ero pronto a gestire tutto quello che comportava. Ho commesso errori dovuti anche all’età. E poi c’erano le pressioni, soprattutto in una piazza difficile ed esigente come Napoli».

Alla fine hai messo radici in Sicilia. È lì che hai trovato la tua dimensione?
«Assolutamente sì. Qui ho conosciuto mia moglie, che mi ha cambiato la vita. Abbiamo due bambini e Catania mi ha dato tantissimo, sia in Serie C che in Serie D. Ho vissuto emozioni incredibili. Ormai questa è casa mia».

Se oggi potessi parlare al Russotto sedicenne, cosa gli diresti?
«Gli direi di affrontare tante situazioni in modo diverso. E soprattutto di circondarsi di persone che gli vogliono davvero bene. Quando sei un ragazzo di cui tutti parlano, trovare le persone giuste non è facile. Per molti diventi quasi un investimento, un bancomat. Tornassi indietro sceglierei con più attenzione chi avere accanto. E vivrei tutto con più leggerezza, con meno peso addosso e meno responsabilità».


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