Un franco oggi per risparmiarne 20 domani

Mentre i costi della spesa sanitaria esplodono i fondi per la prevenzione delle dipendenze, che potrebbe contenerla, vengono tagliati. L’esperto: «Si segue una logica di risparmio immediato».
LUGANO - Gira e rigira, torniamo sempre lì: l’esplosione della spesa sanitaria e parallelamente l’aumento dei premi di cassa malati. Eppure nelle uscite che ogni anno pesano sulle spalle dei contribuenti c’è un ambito nel quale il margine di manovra non è ancora stato esplorato: le dipendenze.
«Le dipendenze in Svizzera costano circa otto miliardi di franchi all’anno e causano oltre diecimila decessi», ci spiega Luca Notari, ricercatore presso Dipendenze Svizzera. «Eppure, malgrado si possano ridurre sia il numero dei decessi che i costi, la prevenzione è diventata un po’ la Cenerentola delle politiche pubbliche».
La spesa sanitaria cresce ma si taglia sulla prevenzione
L’equazione è semplice: un investimento oggi nella prevenzione permette di contenere i costi domani. «Mentre il problema cresce, l’Ufficio federale della sanità pubblica subisce tagli del 10% e deve rinunciare a una serie di misure e studi che permetterebbero di orientare le politiche e aiutare il Parlamento a prendere decisioni lungimiranti».
«C’è inoltre una deriva ideologica legata al concetto di responsabilità individuale, spesso usato come giustificazione per il disimpegno dello Stato. Si ignora così che esistono fattori biologici, psicosociali ed economici che rendono la dipendenza una patologia e non una semplice scelta personale».
Secondo Notari il Parlamento agisce seguendo una logica di risparmio immediato. «Si cercano tagli per l’anno successivo, nell’ordine di centinaia di milioni o miliardi». Una sforbiciata che non risolve il problema. «In realtà, la prevenzione è un investimento: richiede risorse oggi per generare benefici tra dieci anni o più. Gli studi mostrano che per ogni franco investito oggi se ne possono risparmiare venti, trenta o quaranta in futuro».
«Tutto ciò che non produce effetti immediati tende a essere tagliato»
Insomma, bisognerebbe saper guardare oltre la punta del proprio naso. «Tutto ciò che non produce effetti immediati tende a essere tagliato. Il rischio è di pagarne le conseguenze tra dieci anni, con costi sanitari più elevati».
Si privilegia invece il breve termine rispetto ai benefici a medio-lungo termine. «I risultati delle politiche di prevenzione si vedono spesso dopo decenni. Alcuni paesi che hanno introdotto misure contro il tabacco venti o trent’anni fa ne raccolgono oggi i frutti. In Svizzera, invece, i tassi di tumore al polmone restano elevati. Paesi come la Norvegia hanno circa il 7% di fumatori quotidiani, contro il 16% svizzero, con conseguenti minori costi sanitari».
Ma quali sono le misure concrete che potrebbero fare la differenza? «Non esiste una misura unica capace di risolvere tutti i problemi. Per ogni sostanza o comportamento esistono diverse azioni possibili. Per esempio, per l’alcol si potrebbe introdurre un prezzo minimo, come avviene in alcuni paesi, per evitare vendite a prezzi estremamente bassi. Evitare insomma di poter comprare un mezzo di birra a 50 centesimi».
Un’altra ipotesi è l’introduzione di etichette informative sulle bottiglie «riguardo al consumo in gravidanza (come avviene, per esempio, sui pacchetti di sigarette)». È importante anche «rafforzare i controlli sull’età, inclusi i test d’acquisto, e garantire che i minorenni non possano procurarsi alcol o tabacco online o tramite servizi di consegna».
Per la canapa, «si potrebbe valutare un mercato legale regolamentato dallo Stato e non orientato al profitto, con l’obiettivo di sottrarre il consumo al mercato nero e ridurre i rischi legati a prodotti di scarsa qualità. La tassazione potrebbe essere modulata in base al contenuto di THC».
La "crisi del crack" non è un fenomeno nuovo
Tra le varie dipendenze ce n’è una che, negli ultimi anni, sta preoccupando le autorità: la “crisi del crack”. «Si tratta in realtà di una forte visibilizzazione del problema», continua Notari. «In alcune città, soprattutto della Svizzera romanda e a Lugano, il fenomeno è esploso rapidamente, diventando molto evidente». Il crack però non è un fenomeno nuovo. «In alcune città svizzero-tedesche era già presente, ma con una crescita più graduale».
Un’evoluzione legata anche ad altre sostanze. Negli ultimi anni la cocaina è diventata infatti più disponibile, più pura e meno costosa. «Da sostanza d’élite è diventata accessibile a un pubblico più ampio, e la sua trasformazione in crack è relativamente semplice. Questo ha favorito una diffusione rapida in contesti dove prima era poco presente».
La sensazione è che le autorità si siano fatte cogliere un po’ impreparate. È così? «Le città svizzere hanno fatto un lavoro importante e, in molti casi, esemplare. Tuttavia, non possono gestire da sole un fenomeno di questa portata. Non spetta a loro controllare l’arrivo delle sostanze o anticipare le tendenze del mercato. Servirebbero sistemi di monitoraggio a livello nazionale, come quelli esistenti in altri paesi, capaci di analizzare in anticipo le sostanze in circolazione».
In Svizzera, però, questi strumenti sono carenti anche a causa dei tagli. «Mancano dati e studi tempestivi che permettano di comprendere rapidamente l’evoluzione dei fenomeni. Alcuni cantoni e città, come Vaud o Ginevra, hanno finanziato ricerche locali, ma manca un coordinamento nazionale».
L’Ufficio federale della sanità pubblica e le autorità competenti «dovrebbero svolgere un ruolo di regia, raccogliendo e integrando le conoscenze provenienti dai diversi territori e individuando le strategie più efficaci. È quanto si sta facendo, ad esempio, con i progetti pilota sulla canapa, che permetteranno di identificare i modelli migliori. Nel caso del crack, invece, le città sono state lasciate più sole, nonostante si tratti di una questione che richiederebbe una gestione a livello federale».



