«Nemmeno i figli hanno fermato la sua volontà di uccidere»: condannato a 11 anni

La Corte ha confermato il tentato assassinio a un 34enne: «Ha cercato di togliere alla vittima il suo bene più prezioso: la vita».
CHIASSO - «I suoi comportamenti confermano la chiara intenzione di porre fine alla vita della compagna». Con queste parole il giudice Amos Pagnamenta ha condannato a 11 anni di carcere, oltre all'espulsione per altri 11, il 34enne eritreo comparso ieri davanti alle Assise criminali di Lugano per l'aggressione alla compagna avvenuta nel gennaio 2024 a Chiasso.
Il 34enne è stato riconosciuto colpevole di tentato assassinio.
«Voleva uccidere la compagna»
«La sua colpa è oggettivamente gravissima», ha spiegato il giudice. «Ha tentato di togliere alla vittima il suo bene più prezioso: la vita. Anche sul piano soggettivo la colpa è grave: ha colpito la compagna almeno otto volte alla testa con due strumenti diversi. E nemmeno la presenza dei figli lo ha distolto dalla volontà di uccidere».
L'uomo, lo ricordiamo, aveva colpito la vittima alla testa prima con un manubrio da palestra di due chili e poi con un bastone da allenamento.
Due versioni dei fatti diverse
Il giudice ha ritenuto credibile e coerente la versione della vittima, a differenza di quella dell'imputato. Una ricostruzione rafforzata da elementi oggettivi, come la perizia medica, assenti invece nelle dichiarazioni dell'uomo, apparso spesso confuso durante il processo.
Ad esempio, il giudice ha accolto la versione della donna secondo cui il primo colpo è stato sferrato mentre dormiva sul divano e non durante un litigio. «Non aveva motivo di mentire, né è mai parsa voler aggravare la posizione dell'ex compagno».
«Un buon bugiardo deve avere una buona memoria»
L'imputato, invece, non è stato ritenuto credibile. «A seconda della fase dell'inchiesta - ha spiegato il giudice Pagnamenta - le sue versioni sono cambiate. Anche durante l'interrogatorio di ieri sono emersi nuovi dettagli e ulteriori varianti. Per essere un buon bugiardo bisogna avere una buona memoria. Sono poche le dichiarazioni rimaste immutate nei verbali, e comunque prive di riscontri oggettivi».
A pesare sono state anche le numerose incongruenze su quanto accaduto dopo l'aggressione. «Non solo non ha soccorso la vittima, ma le ha legato i piedi con una sciarpa e le ha sottratto il telefono. Elementi che denotano una lucidità agghiacciante e che contrastano con quanto sostiene: non era in stato di shock».
Il movente: la gelosia
Secondo la Corte, il movente va ricercato nella gelosia. «Il comportamento nei tre giorni precedenti (le registrazioni, le visite al negozio di informatica e il tentativo a Como) dimostra la natura ossessiva del sospetto. Si è autoconvinto di un tradimento mai avvenuto, costruendo nella sua mente una giustificazione alla futura aggressione».
«Ha agito in modo codardo, colpendo una donna mentre dormiva nella sua casa, un luogo in cui avrebbe dovuto sentirsi al sicuro. Il numero di colpi testimonia la perversione delle modalità e la crudeltà degli atti. Dopo l'aggressione non solo non ha soccorso la compagna, ma le ha legato i piedi e ha ritardato di quasi un'ora l'arrivo dei soccorsi».
I comportamenti attestano «l'intenzione di porre fine alla vita della compagna. Ha agito deliberatamente e non sotto impulso».
Poche attenuanti
I fattori culturali non sono stati considerati attenuanti. «Nessuna cultura accetta la morte di una persona per gelosia». Nella determinazione della pena, la Corte ha tenuto conto del fatto che, seppur in ritardo, l'imputato abbia chiamato i soccorsi.
E sull'espulsione di 11 anni, il giudice ha sottolineato che i figli non lo vogliono vedere e non hanno più contatti con lui.
L'accusa, sostenuta dal procuratore pubblico Roberto Ruggeri, aveva chiesto 15 anni di carcere e l'espulsione per altri 15, mentre l'avvocata difensore Carolina Lamorgese aveva sollecitato un ridimensionamento della pena (massimo sette anni) senza espulsione.




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