Semper lü, Maurizio Ganz

«Salvi dopo una partita folle: nel weekend ho perso dieci anni di vita»
«A Lugano sarei rimasto a lungo. Ora sogno la Serie A»
«Salvi dopo una partita folle: nel weekend ho perso dieci anni di vita»
«A Lugano sarei rimasto a lungo. Ora sogno la Serie A»
LUGANO - Duecentodue reti segnate in carriera. E senza troppo fare lo schizzinoso: di gioie ne ha infatti vissute in Serie A, in Serie B e poi ancora più giù, in quella Lega Pro 2 che era il limite del professionismo. Ma anche le coppe, pure fuori dalla sua Italia: della UEFA 1996/97 è per esempio stato capocannoniere con 8 marcature. Insomma, segnava sempre. O meglio ancora: el segna semper lü, Maurizio Ganz.
Friulano di Tolmezzo, nato a due passi dal confine austriaco, l’attaccante classe 1968 è stato a lungo un incubo per i difensori d’Europa. Pure per quelli svizzeri, tenuto conto del fatto che nella stagione 2005/06, con indosso la maglia del Lugano, graffiò nella nostra Challenge League.
Quella stagione fu però solo una toccata e fuga bianconera per l'azzurro, presto partito alla volta della Pro Vercelli.
«Sono reduce dalla vittoria del mio Magenta sul campo della Vis Nova Giussano (Eccellenza lombarda), un 3-4 rocambolesco grazie al quale ci siamo salvati - ci ha raccontato proprio il 57enne - È stata una partita incredibile, folle, quasi come Italia-Germania del 1970. Ho perso dieci anni di vita, anche di più».
Già perché, di mestiere, ora l'ex campione fa l'allenatore.
«Una volta smesso ho voluto aspettare un po', sei, sette anni, per levarmi di dosso la condizione di giocatore. E sono ripartito dal basso, con le squadre giovanili».
Poi ci sono stati l'Ascona, il Taverne...
«Il Milan femminile. E adesso ho ripreso con l'Eccellenza. Sto salendo piano piano. Mi sto divertendo».
Un divertimento, appunto, più che un lavoro.
«No, mi pagano, quindi è un lavoro. Ma sto facendo quello che volevo. E poi posso continuare a cullare il sogno di arrivare in Serie A. Come, da giovanissimo, sognavo di fare il professionista... A scuola, in quarta elementare, in un tema che ci aveva dato la maestra, ho scritto: giocherò a calcio, giocherò con i più forti del mondo negli stadi più belli. Avevo le idee molto chiare».
Il picco della carriera è stato il quadriennio con Milan e Inter e il rammarico è la mancata convocazione in nazionale.
«Ho fatto due panchine durante le qualificazioni al Mondiale 1994 e almeno un minuto avrei voluto farlo, giusto per dice "io c'ero". Non è andata, ma pazienza. Però tenete conto che la concorrenza era grandissima».
Quella stessa concorrenza che, magari, ti ha spinto a dare sempre il massimo.
«Di sicuro è stata uno stimolo: non ti potevi permettere delle stagioni mediocri».
A un certo punto, vestite parecchie maglie gloriose, hai scelto il Lugano e la Challenge League.
«Volevo fare un'esperienza fuori dall'Italia. Ho rifiutato i Glasgow Rangers, il Monaco, gli spagnoli e tante altre squadre. Perché i bianconeri? Perché erano vicini a Milano e per me erano comodi ma anche perché reputavo che la Challenge League fosse giusta per me. Un campionato a 18 squadre, tosto, nel quale mi sono divertito, ho segnato tanto ma ho anche lavorato per i compagni. Ho messo la mia esperienza al servizio della squadra e mi sono sentito al posto giusto nel momento giusto».
L'addio, però, è arrivato dopo appena una stagione.
«Sarei rimasto a lungo, ma la società mi disse che voleva dare spazio a Rodrigues e Viola e che, fossi stato in rosa, avrei invece finito con il giocare io. Così ci salutammo. Quell'anno arrivai per volere di Paul Schönwetter, che però ebbe dei problemi e fu sostituito da Rodolfo Zanoli. L'aspetto simpatico è che ebbi Rudy da allenatore e Paolo, il fratello, come compagno alla Fiorentina».
Diversissimi?
«A livello caratteriale molto, ma questo dipendeva probabilmente anche dal ruolo. Da allenatore devi stare calmo, devi gestire. Guardate per esempio Roberto Mancini: l'ho avuto sia da compagno di squadra che da tecnico. In campo ti mandava aff****** ogni due minuti, da mister invece ha dovuto fare un passo indietro».
Friulano, Ganz ha cominciato con la neve: combinata nordica...
«Sci di fondo e trampolino. Per sei anni. Ne sono orgoglioso».
Sport dai quali, da calciatore professionista, dovevi stare alla larga?
«Ah sì. Quando giochi a pallone non può fare nient'altro. È vietatissimo. Non te lo permettono. Ma per una questione di assicurazioni: se ti fai male mentre stai facendo qualcosa di pericoloso è un bel guaio. È un casino. Non puoi andare neppure in moto».
Ci sarebbe stato Galliani ad aspettare al cancello di Milanello?
«No, ma comunque lo sci l'ho sempre fatto. Mi piace troppo. Quando ero al Milan, all'Inter, all'Atalanta, al Brescia... sempre insomma, mi imbacuccavo tutto e andavo in pista. Giusto per non farmi riconoscere».
Maurizio Ganz è anche la GS Sport Events.
«Siamo cinque soci. Siamo partiti con le scuole calcio e poi abbiamo organizzato anche tornei Vip di padel. Questo per noi è un anno sabbatico, ma torneremo il prossimo. È da dodici anni che andiamo avanti. È una bella favola».








