«Gridare allo scandalo non basta più»

La reporter italiana Francesca Mannocchi, ospite a ChiassoLetteraria con la pièce teatrale “Crescere, la guerra”, ci spiega perché non dobbiamo lasciare che compassione e pietà diventino autoassolutorie.
CHIASSO - Cosa succede quando la guerra ci appare come l’unica soluzione possibile? Semplice, la violenza diventa inevitabile. E da qui nasce un’altra domanda: come si arriva a considerare la guerra l’unico percorso praticabile? Attraverso il linguaggio.
Esistono discorsi, slogan e parole che non si limitano a descrivere la realtà, ma ne modificano la percezione. Guerre e violenza vengono preparate, costruite, attraverso un lavoro meticoloso sul lessico.
Ed è proprio questa attenzione alla scelta delle parole il cuore del poema “Crescere, la guerra” di Francesca Mannocchi e dell’omonima pièce teatrale che la reporter italiana porterà al festival internazionale di letteratura ChiassoLetteraria giovedì 7 maggio.
In che modo discorsi e slogan della propaganda preparano i conflitti e li fanno apparire inevitabile? E come evitare di restare intrappolati in meccanismi che impediscono di ascoltare davvero il dolore degli altri?
«È il tema centrale sia del poema sia del lavoro teatrale: interrogare le parole e capire se siano davvero all’altezza del presente che raccontano. Da qui nasce anche una domanda su chi siamo noi di fronte alla comprensione di queste parole, degli eventi e dell’immagine del mondo che ci viene restituita. Questo interrogativo è racchiuso nella virgola del titolo: una pausa tra “crescere” e “guerra” che chiede a chi scrive e a chi legge una sospensione. Ma esiste un antidoto all’usura delle parole: l’interrogativo “perché”. Perché chiamare “nido di terroristi” una città che piange su ogni muro il nome di un bambino? Perché definire terrorista un ragazzo di quattordici anni invece di usare una formula che introduca il dubbio? Si può dire “ragazzo che si è unito a un gruppo armato”, evitando di fissarne il destino senza interrogarsi su ciò che è accaduto prima».
Le parole giustificano e normalizzano situazioni che non andrebbero giustificate. Ma possono anche denunciarle. È una battaglia, quella sul lessico, che stiamo perdendo?
«No, non è una battaglia persa. È una battaglia di retroguardia, che si combatte in un tempo lento, non in quello immediato dei social. I cambiamenti avvengono come un fenomeno carsico, passo dopo passo. Dobbiamo interrogare non solo il linguaggio della guerra, ma anche quello della compassione e della pietà, che spesso diventa autoassolutorio. Cosa vuol dire? Provare pietà, compassione, empatia - una parola ormai abusata - non basta più. Sono sentimenti che non portano a un’assunzione di responsabilità rispetto a ciò che osserviamo».
C’è quindi una responsabilità collettiva che siamo chiamati a riconoscere?
«La responsabilità collettiva oggi è poco riconosciuta. Da un lato pensiamo che indignarci sia sufficiente. Ma indignazione e senso di ingiustizia sono condizioni necessarie, non sufficienti. Non basta gridare allo scandalo per i 18.000 bambini morti a Gaza. Bisogna essere consapevoli che viviamo in un Paese corresponsabile dei crimini perpetrati nella Striscia e che esistono strumenti per opporsi, per chiedere ai rappresentanti politici che questi crimini cessino e vengano sanzionati, affinché le vittime abbiano giustizia. Non una giustizia ideale o solo quella delle piazze, che resta fondamentale, ma non basta».
Come si può restituire umanità alle vittime dei conflitti, quando immagini e racconti non suscitano più reazioni?
«Provando a raccontare senza retorica. Restituendo umanità attraverso la normalità dei gesti quotidiani e delle vite ordinarie. Depurare il racconto dal sensazionalismo aiuta a sviluppare strumenti critici più solidi. Vale sempre, ma in guerra ancora di più».
L’indifferenza è un altro tema centrale. Esiste un antidoto?
«Sì: raccontare. Raccontare la grande storia attraverso le storie piccole e ordinarie. È questo che può contrastare l’indifferenza: mostrare quanto le vite degli altri siano simili alle nostre, non quanto siano lontane».
Lei ha vissuto in prima persona molti contesti di guerra. Come interpreta questa disumanizzazione? C’è davvero un aumento della tolleranza verso la violenza?
«Più che di tolleranza parlerei di disorientamento. Una confusione alimentata e amplificata dalla velocità con cui riceviamo informazioni, eventi, guerre e crisi, a cui fino a pochi anni fa non eravamo abituati. Siamo sommersi da tutto questo a un ritmo per cui non eravamo preparati. Esiste poi una forma di saturazione che per alcuni si traduce in disimpegno e indifferenza, mentre per altri rappresenta un tentativo naturale di protezione, di trovare un filo in una realtà che cambia troppo in fretta».
Come si può resistere a questa disumanizzazione? Manca l’incontro con l’altro? È più facile odiare un nemico astratto.
«L’incontro con l’altro è anche incontro con noi stessi. Guardare il dolore degli altri significa riconoscere il nostro sguardo, i nostri limiti, ma anche la nostra capacità di solidarietà. Il presupposto del libro è proprio questo: l’incontro con il volto dell’altro è anche un incontro con il nostro. Aprirsi al dolore degli altri ci permette di riconoscerci, di vedere difetti e mancanze, ma anche la nostra capacità di accoglienza e solidarietà».



