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Indennità di disoccupazione: «I frontalieri non ruberanno nulla»

Con le nuove regole «maggiore equità» e tanti dubbi, Andrea Puglia (OCST): «Riforma condivisibile ma servono misure adeguate».
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Andrea Puglia, Vicesegretario cantonale, Responsabile settore terziario (OCST)
Indennità di disoccupazione: «I frontalieri non ruberanno nulla»
Con le nuove regole «maggiore equità» e tanti dubbi, Andrea Puglia (OCST): «Riforma condivisibile ma servono misure adeguate».
Lavoro in Ticino e sindacato: il risultato concreto sui contratti collettivi, lotta al dumping salariale, IA e mansioni a rischio.

LUGANO - In attesa della definitiva approvazione da parte del Parlamento europeo, l’UE si avvia a riformare il sistema di assicurazione dei lavoratori frontalieri: al Paese in cui il lavoratore ha versato i contributi sarà chiesto di erogare l’indennità di disoccupazione. Chiediamo ad Andrea Puglia, Vicesegretario cantonale OCST, come il sindacato, che conta oltre 40mila soci tra residenti e frontalieri, giudica questa nuova prospettiva.

«Da un punto di vista dei diritti dei lavoratori - spiega il rappresentante OCST -, si tratta di una riforma condivisibile. I lavoratori frontalieri versano da sempre i contributi per la disoccupazione in Svizzera, al pari di quanto fanno i residenti, ma fino a oggi non hanno beneficiato in modo diretto delle relative prestazioni. L’attuale sistema, infatti, prevede che la disoccupazione venga erogata dallo Stato di residenza, secondo indennità che sono di gran lunga inferiori a quelle svizzere».

Dunque, quali i pro e i contro di queste nuove regole che, va detto, necessiteranno comunque il placet della Confederazione.
«La riforma introduce un principio di maggiore equità, allineando contributi versati e diritti. Al contempo, non si può sottovalutare il fatto che l’impatto finanziario stimato è rilevante e si accompagna a importanti sfide organizzative, in particolare per quanto riguarda la capacità delle Casse disoccupazione e degli URC di gestire un numero maggiore di beneficiari. A ciò si aggiunge il rischio di una maggiore pressione sul mercato del lavoro interno, ovvero per i nostri disoccupati, soprattutto nelle fasi di ricollocamento».

Tra le due contendenti, con l’UE che rivendica parità di trattamento e la Svizzera preoccupata per le proprie casse, qual è la vostra posizione?
«A nostro avviso il principio della parità di trattamento è corretto. I frontalieri, infatti, non ruberanno nulla. È giusto che tutti i lavoratori attivi in Svizzera, a parità di contributi versati, abbiano accesso alle medesime prestazioni di disoccupazione. Ciò detto, questa evoluzione comporta elementi di criticità che non possono essere ignorati».

Quali?
«Occorre considerare l’impatto sui costi del sistema, le necessarie riorganizzazioni amministrative e le possibili ripercussioni sul mercato del lavoro, soprattutto in termini di concorrenza nella fase di reinserimento professionale. Per questo riteniamo che il principio sia condivisibile, ma che la sua attuazione debba essere accompagnata da misure adeguate di gestione e compensazione».

La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha precisato che la misura, per essere attuata, necessiterà comunque dell’«esplicito consenso della Svizzera», cosa auspicate?
«L’apertura di un dialogo costruttivo tra Svizzera e Unione europea, volto a definire modalità di attuazione sostenibili, con apposite misure di accompagnamento. In particolare, riteniamo necessario prevedere un periodo transitorio adeguato, che consenta di rafforzare le strutture interne, sia a livello amministrativo sia operativo. Parallelamente, riteniamo opportuno discutere forme di compartecipazione ai costi, alla luce dell’impatto significativo che la riforma comporterebbe per il sistema svizzero. L'obiettivo deve essere quello di coniugare equità dei diritti e sostenibilità del sistema».

Veniamo a oggi, Primo maggio: mi dica una cosa che in Ticino è migliorata per i lavoratori nell’ultimo anno.
«Un risultato concreto raggiunto nell’ultimo anno è il rinnovo del Contratto collettivo degli impiegati di commercio, che ha portato a un aumento dei salari orari del 5%. Pur non essendo un contratto di obbligatorietà generale, esso rappresenta il riferimento per stabilire i tariffari dei Contratti Normali di Lavoro di diversi settori affini, i quali sono a loro volta aumentati del 5%. Si tratta di un passo significativo, anche se non sufficiente da solo a risolvere le dinamiche di dumping ancora presenti».

Quale invece il prossimo obiettivo?
«Quello di rafforzare la contrattazione collettiva, promuovendo accordi sempre più avanzati e capaci di garantire condizioni di lavoro eque e sostenibili, attraverso un dialogo costruttivo con le parti datoriali».

Infine un tema di crescente impatto sul lavoratore, l'intelligenza artificiale: è un’opportunità o nel lungo periodo può diventare una minaccia in termini di occupazione?
«L’intelligenza artificiale rappresenta, al tempo stesso, un’opportunità e una sfida. Se ben governata, può costituire un importante fattore di miglioramento delle condizioni di lavoro, aumentando la produttività, riducendo le attività ripetitive e aprendo nuove prospettive professionali. In tante professioni l’IA è complementare al lavoro umano, permettendo a quest’ultimo di concentrarsi su attività a maggior apporto qualitativo».

C'è un però?

«Esiste il rischio di una trasformazione significativa di alcuni profili professionali, che sono esposti ma meno complementari, con possibili effetti sull’occupazione, in particolare per le mansioni più esposte all’automazione e a processi meccanici e ripetitivi».

Dunque, che fare?
«È fondamentale accompagnare questa transizione con politiche attive del lavoro, investimenti nella formazione continua e un rafforzamento del ruolo della contrattazione collettiva. L’obiettivo deve essere quello di governare il cambiamento, affinché l’innovazione tecnologica resti al servizio del lavoro e non viceversa».

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