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LUGANO

Sicurezza privata sotto accusa: «Chi parla paga il prezzo»

La testimonianza di un agente ticinese attivo nel settore da oltre dieci anni: «È ora di dire basta. Ecco cosa significa lavorare nella sicurezza privata».
Ti-Press/Carlo Reguzzi
Sicurezza privata sotto accusa: «Chi parla paga il prezzo»
La testimonianza di un agente ticinese attivo nel settore da oltre dieci anni: «È ora di dire basta. Ecco cosa significa lavorare nella sicurezza privata».

LUGANO - Mobbing, negligenze, minacce (neppure troppo velate), ritorsioni, turni che prosciugano le energie e pause che esistono solo sulla carta. Svuotando un sacco ormai colmo, S.N.*, agente di sicurezza ticinese presso una società privata da oltre dieci anni, descrive un ambiente di lavoro indecente: «È una giungla».

Il tema è noto e, negli anni, la sicurezza privata in Ticino è stata al centro di molte inchieste. Perché dunque aggiungerne un’altra? Semplice: i problemi non sono stati risolti (o almeno non tutti) e la giungla resta tale.

Un vaso ormai stracolmo e la pazienza che si esaurisce
Eppure per S.N. non è stato facile individuare il limite di sopportazione. Perché, contrariamente a quanto si possa pensare, tra l’incertezza del mercato del lavoro e la responsabilità di mantenere una famiglia, è umano cedere poco a poco alle richieste provenienti dall’alto.

Richieste che, invece di tutelare i dipendenti, li espongono a rischi spesso inutili e a condizioni di lavoro inaccettabili. «È ora di dire basta, è fondamentale parlarne», ci scrive il 40enne chiedendoci un incontro di persona e promettendo prove video, email e foto a sostegno del suo "j'accuse".

L'infortunio e poi la fine del contratto di lavoro
Premessa: oggi S.N. è senza lavoro. Dopo un infortunio al braccio è stato di fatto lasciato a casa. «Gli esami medici hanno confermato una lesione con ematoma. Il medico aziendale ha però sostenuto che potessi rientrare in poche settimane, quando normalmente servono tra i tre e i sei mesi. Dopo i 90 giorni di infortunio, mi è stata notificata la disdetta del contratto che scadrà il prossimo 30 giugno».

«Quando siamo in missione lavoriamo per oltre nove ore consecutive. Poco importa se ci troviamo ad Airolo con pochi gradi sopra lo zero oppure sotto il sole di Lugano in piena estate. Ma quello che dà più fastidio è la mancanza di pause: non possiamo fermarci nemmeno per andare in bagno. Chi segnala queste situazioni o chiede un risarcimento viene isolato».

Non a tutti i dipendenti è garantito un minimo di ore
Chi decide di parlare, insomma, va incontro a non pochi grattacapi e a un clima di mobbing ritorsivo che si traduce in «riduzione drastica delle ore di lavoro, isolamento e minacce di licenziamento».

Già, perché il contratto collettivo di lavoro del settore prevede tre classificazioni salariali: il contratto C, con un massimo di 900 ore annue (senza garanzia di ore); il contratto B, che garantisce tra le 901 e le 1’800 ore annue; e il contratto A, fino a 2’300 ore.

«Chi si lamenta viene penalizzato, con meno ore o maggiori pressioni. Alcuni colleghi hanno paura a esporsi. In questo modo però mettono a rischio non solo la loro vita ma anche quella dei colleghi».

Gli incidenti si sommano e non si investe nella formazione
Anche la formazione risulta spesso insufficiente. «Si ottiene un tesserino e si ricevono istruzioni di base, ma manca una preparazione adeguata. Spesso vengono impiegate persone senza sufficiente esperienza, semplicemente per coprire i turni».

Turni che «vengono organizzati all’ultimo momento, talvolta con chiamate il giorno prima». Il rispetto delle ore di riposo, infatti, non tiene conto dei reali tempi di recupero, «mentre la disponibilità incide sulle valutazioni annuali, aumentando ulteriormente la pressione sui dipendenti».

Attraversare l'A2 con auto che sfrecciano a 120 km/h
Senza esempi concreti è forse difficile comprendere la reale portata delle accuse. Uno riguarda la gestione della segnaletica autostradale. «Per oltre 25 anni è stata effettuata manualmente. Ci toccava attraversare l'A2 con auto che sfrecciavano a 120 km/h», ci racconta il 40enne mostrandoci il video di una di quelle operazioni. «Era molto pericoloso. Una situazione rimasta invariata fino alla mia segnalazione».

«Dopo la mia email - racconta S.N. - il direttore ha risposto che avrebbero riproposto una formazione specifica e introdotto nuove direttive, come la sospensione delle attività in caso di scarsa visibilità. Misure arrivate, ancora una volta, solo a seguito delle segnalazioni».

La lotta dei sindacati
I sindacati da anni si battono per delle condizioni migliori nel settore della sicurezza privata. Alcuni passi avanti sono stati fatti, ma non basta rispetto al numero degli incidenti. 

Robertino Bay, vicesegretario regionale del Sopraceneri e coordinatore del comparto agenti di sicurezza per l’Ocst, denunciava a Tio.ch che nel settore della sicurezza privata si continua a privilegiare il profitto a scapito della sicurezza dei lavoratori, nonostante i ripetuti incidenti. Pur riconoscendo alcuni progressi, riteneva insufficienti le misure adottate e chiede più controlli su formazione, materiali e condizioni operative. Bay sottolineva inoltre come la forte concorrenza e l’uso diffuso di contratti precari stiano comprimendo i costi a danno della tutela dei dipendenti.

*Nome completo noto alla redazione

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