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FRIBURGO

«Per gli altri è un mostro. Per me resta mio padre»

La figlia dell’uomo che ha appiccato un incendio su un autobus a Kerzers, causando la morte di cinque persone, ricostruisce la spirale di eventi che ha portato alla tragedia.
20Minuten
Fonte Blick
«Per gli altri è un mostro. Per me resta mio padre»
La figlia dell’uomo che ha appiccato un incendio su un autobus a Kerzers, causando la morte di cinque persone, ricostruisce la spirale di eventi che ha portato alla tragedia.

KERZERS - «Avevo avvertito la polizia su mio padre». La figlia dell’uomo responsabile dell’incendio sul bus a Kerzers, nel canton Friburgo, sostiene che le forze dell’ordine fossero a conoscenza della sua pericolosità già prima della tragedia del 10 marzo 2026.

In un’intervista rilasciata al Blick, la donna ripercorre la vicenda familiare e le difficoltà che, a suo dire, hanno preceduto il gesto estremo del padre.

«Per me resta mio padre»
La 31enne non giustifica quanto accaduto, costato la vita ad altre cinque persone, ma invita a considerare anche il contesto umano. «Per gli altri è un mostro. Per me resta mio padre», afferma, descrivendo Roger K. come un uomo che per anni è stato presente e dedito alla famiglia.

Dal suo racconto emerge però un’esistenza segnata da diverse difficoltà. In passato, l’uomo aveva affrontato una dipendenza da sostanze e un percorso di disintossicazione, riuscendo poi a reinserirsi nel mondo del lavoro come autista di mezzi pesanti. Con il tempo, tuttavia, sarebbero subentrati gravi problemi di salute: una poliartrite cronica, con dolori sempre più intensi, e la perdita dell’impiego.

Sofferenza fisica e progressivo isolamento
Secondo la testimonianza della figlia, la lunga battaglia per ottenere prestazioni di invalidità avrebbe aggravato la condizione psicologica dell’uomo, facendolo sentire «abbandonato» dalle istituzioni. Nel 2019 si era reso protagonista di un episodio drammatico, barricandosi in un edificio della radiotelevisione svizzera a Berna per attirare l’attenzione sulla propria situazione.

Negli anni successivi, la sofferenza fisica e il progressivo isolamento avrebbero inciso profondamente sulla sua vita personale. Dopo il divorzio, l’uomo si è ritirato a vivere in una roulotte. Una condizione che però non ha impedito di continuare a mantenere un legame stretto con la figlia e i nipoti.

Il ricovero a Berna e poi la fuga
A partire dal 2024, le condizioni di salute sarebbero ulteriormente peggiorate. La figlia, nominata referente e incaricata di gestire le questioni del padre, ha chiesto l’intervento di un tutore per affrontare le pratiche amministrative. Poco dopo il pensionamento, nel febbraio 2026, è arrivata un'ulteriore mazzata: l’ordine di lasciare il campeggio dove viveva.

Una settimana prima dei fatti, l’uomo si era ricoverato volontariamente in una struttura specializzata nei pressi di Berna. Nei giorni successivi, però, avrebbe manifestato nuovi dolori e un forte stato di disagio.

«Avevo un brutto presentimento»
Il 10 marzo, dopo aver lasciato l’ospedale di Aarberg, l’uomo è scomparso. La 31enne racconta di aver tentato più volte di contattarlo e di aver allertato le autorità, temendo il peggio. «Avevo un brutto presentimento», ha dichiarato al Blick. Ore dopo, la notizia dell’incendio del bus a Kerzers ha confermato i suoi timori.

Il giorno seguente, la polizia si è presentata alla sua porta comunicandole che il padre era l’autore dell’attacco ed era tra le vittime. «Il mio mondo è crollato», ha raccontato. In seguito è stata interrogata dagli inquirenti, un’esperienza che descrive come difficile, anche per la sensazione di essere considerata in parte responsabile.

Pur definendo «imperdonabile» quanto accaduto ed esprimendo vicinanza alle vittime e alle loro famiglie, la donna resta convinta che il gesto del padre sia stato l’esito di una lunga spirale di sofferenza e marginalizzazione.

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