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Sara Demir

27 gennaio in Ticino: memoria, storia e responsabilità

Sara Demir: «Ricordare non è solo un atto del passato, è una responsabilità del presente».
Sara Demir
Fonte Sara Demir / Granconsigliera (il Centro/TI)
27 gennaio in Ticino: memoria, storia e responsabilità
Sara Demir: «Ricordare non è solo un atto del passato, è una responsabilità del presente».

In Svizzera, come nel resto del mondo, si celebra la Giornata della Memoria. In Ticino essa venne istituita il 21 marzo con decisione del Gran Consiglio del 10 maggio 2005, a seguito di un’iniziativa parlamentare dell’allora deputato in Gran Consiglio di origine aramea, Yasar Ravi. 

Dopo alcuni anni, il Consiglio di Stato (CdS) decise di anticiparne la commemorazione al 27 gennaio, data riconosciuta in quasi tutti i Paesi per il suo alto valore simbolico. Questa scelta fu però accompagnata da una condizione chiara e significativa: non si doveva «sottolineare solo la Shoah, ma […] creare un momento ufficiale per ricordare tutti i crimini contro l’umanità e ogni forma di discriminazione».

In Ticino si commemorano ancora oggi, in teoria ma spero anche nella pratica, non solo le vittime dell’Olocausto, ma tutti i popoli perseguitati nella storia, così come le persone che hanno perso la vita a causa di un pensiero diverso, del colore della pelle, dell’orientamento sessuale, del credo religioso o dell’appartenenza etnica. Ricordo in particolare alcuni eventi organizzati dal Servizio per l’integrazione degli stranieri (SIS) del Dipartimento delle Istituzioni (DI), ai quali sono stata invitata quando ero membro della Commissione cantonale per l’Integrazione degli Stranieri (CIS). Tra questi:

    • Gli zoo umani – L’invenzione del selvaggio fra miti e realtà (2012);
    • Come prima, più di prima – Memorie di lavoratori italiani in Svizzera (2013);
    • Cristiani d’Oriente – La memoria degli Aramei (Siriaci) (2014);
    • Alle origini del male – Cinema e storia fra deportazioni e sterminio in Europa (2015).

L’immagine che vedete richiama il genocidio del 1915 del popolo arameo, al quale appartengo per origine. Gli Aramei parlano l’aramaico, la lingua di Gesù, una lingua antica che porta con sé memoria, fede e identità. “Shlomo” è il saluto che ancora oggi so pronunciare grazie ai miei genitori, alla mia famiglia, agli amici aramei, alle associazioni esistenti che custodiscono e diffondono la lingua aramaica e al parroco Padre Abramo Unal, che hanno continuato a tenerla viva parlandomi in aramaico, oltre che in italiano. 

È una parola semplice, che significa pace, ma che racchiude una storia di resistenza, di trasmissione e di speranza. Ricordare non è solo un atto del passato: è una responsabilità del presente. La memoria serve a dare voce a chi è stato messo a tacere e a vigilare affinché l’odio, l’esclusione e l’indifferenza non trovino mai più spazio nelle nostre società.

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