Bilaterali III: cosa ci dice l’Italia sull’affidabilità dell’UE come partner?

Lorenzo Onderka Sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro
Dal caso Crans-Montana all’esclusione della Svizzera dalla defiscalizzazione degli investimenti: segnali che sollevano seri dubbi sugli accordi con l’UE.
Negli ultimi mesi, i rapporti tra Italia e Svizzera sono stati segnati da due episodi distinti, ma legati da un filo conduttore comune: un atteggiamento italiano che dovrebbe far riflettere profondamente anche noi svizzeri.
Il primo riguarda il caso di Crans-Montana, dove la gestione giudiziaria di un fatto tragico è diventata oggetto di critiche politiche e mediatiche da parte italiana. Al di là del merito dell’inchiesta, colpisce il tono e la pressione esercitata nei confronti delle autorità giudiziarie svizzere, come se l’indipendenza della magistratura e il rispetto delle competenze cantonali potessero essere messi in discussione quando non producono le risposte politicamente desiderate.
Il secondo episodio è ancora più significativo sul piano politico ed economico. L’Italia ha deciso di permettere alle proprie aziende di defiscalizzare gli investimenti solo se effettuati all’interno dell’Unione europea, escludendo di fatto la Svizzera. Una scelta che penalizza un partner economico storico e che appare difficilmente conciliabile con lo spirito degli accordi bilaterali attualmente in discussione, anche se non ancora ratificati.
Di fronte a queste decisioni, una prima domanda sorge spontanea: che valore hanno gli impegni politici e gli accordi, se alla prima divergenza uno Stato decide unilateralmente di cambiare le regole del gioco?
È in questo contesto che il dibattito sugli Accordi bilaterali III assume un’importanza centrale. Accordi che prevedono, tra le altre cose, la ripresa automatica del diritto europeo e meccanismi di risoluzione delle controversie che riducono sensibilmente il margine di autodeterminazione della Svizzera.
Possiamo davvero ritenere che tali automatismi rafforzino la nostra posizione? O rischiano piuttosto di esporci maggiormente a decisioni unilaterali, prese altrove, sulla base di interessi che non coincidono necessariamente con i nostri?
La decisione italiana sulla defiscalizzazione appare ancora più problematica se si considera che la Svizzera versa un contributo al fondo di coesione per poter accedere al mercato europeo. Un contributo finanziario presentato come strumento di equilibrio e solidarietà, che tuttavia non sembra tradursi in un trattamento equo quando emergono divergenze politiche o strategiche. Anche qui, il dubbio è legittimo: quali garanzie concrete abbiamo che simili esclusioni non diventino la norma una volta accettata la ripresa automatica del diritto europeo?
Paradossalmente, c’è quasi da ringraziare l’Italia. Non per le scelte adottate, ma per aver mostrato in modo chiaro e anticipato i limiti e i rischi degli accordi che la Svizzera sta valutando, anche quando sono ancora in fase di ratifica o destinati a una votazione popolare.
I fatti, più delle dichiarazioni, ricordano che la forza della Svizzera è sempre stata la sua capacità di decidere autonomamente, di negoziare da pari e di difendere le proprie istituzioni. Rinunciare a questi strumenti confidando che il sistema “funzioni comunque” è una scommessa che merita una seria riflessione:
Ha davvero senso per la Svizzera impegnarsi in accordi che prevedono automatismi giuridici e rinunce unilaterali, quando i fatti dimostrano già oggi quanto siano fragili le promesse di equità, reciprocità e affidabilità da parte dell’Unione europea?
Lorenzo Onderka
Sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro



