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Acque luride da far paura: ma la gente ci entra lo stesso

Il regista ticinese Vito Robbiani vola in India e racconta il paradosso della Yamuna. Inquinatissima, eppure meta di bagni rituali. Il suo film approda al Festival di Soletta.
Fonte: mediaTREE
Acque luride da far paura: ma la gente ci entra lo stesso
Il regista ticinese Vito Robbiani vola in India e racconta il paradosso della Yamuna. Inquinatissima, eppure meta di bagni rituali. Il suo film approda al Festival di Soletta.

LUGANO/ NEW DELHI - Si chiama Yamuna e nel 2017 l'hanno dichiarata ecologicamente morta. È un fiume sacro indiano. Una risorsa idrica per New Delhi, capitale dell'India. Ma anche il simbolo di un paradosso. «Del rapporto malato che c'è tra l'essere umano e la natura», commenta il regista ticinese Vito Robbiani che, con i colleghi Ilaria Pagnamenta e Igor Di Carlo, su questo fiume ha girato un film di 76 minuti pronto a brillare al Festival di Soletta il prossimo 23 gennaio.

Perché questo film dal titolo "Mamma Yamuna"?
«Volevo realizzare qualcosa che evidenziasse in modo tangibile quanto l'uomo possa impattare sull'ambiente. L'inquinamento doveva essere visibile a occhio nudo. E questo fiume, che già avevo visitato una quindicina di anni fa, mi era rimasto in testa».

Il fiume è stato ripercorso in lungo e in largo.
«Sì. Dalla sorgente alle pendici dell’Himalaya fino alla foce nel Gange che è altrettanto inquinato. Mi sono soffermato soprattutto sui 20 chilometri che attraversano New Delhi. Prima che entri nell'area urbana la Yamuna funge da risorsa idrica. Ma quando viene prelevata, l'acqua è già inquinatissima. La Yamuna, nella tratta che passa dalla capitale indiana, ha una percentuale di ossigeno pari allo 0%. Nessun essere vivente può sopravvivere. Né vegetale, né animale».

Quali sono gli aspetti della Yamuna che più colpiscono?
«A occhio nudo si scorge una massa di schiuma tossica che naviga sull’acqua per chilometri. E poi nell'acqua c'è di tutto. Plastiche, vestiti, pesticidi, a Delhi 93 canali fognari scaricano le acque direttamente nel fiume».

Eppure la gente vi entra ugualmente. 
 «È così. Il nostro film è ambientato in autunno. La Yamuna è considerata una Madre dagli indù. Ogni anno in quel periodo viene fatta una preghiera sacra. Gli aspetti culturali e religiosi sono prioritari rispetto a quelli sanitari. La gente sa che la Yamuna è inquinata. Ma vi si bagna ugualmente. Vi resta ore e ore. Inoltre nel fiume si accumulano i resti dei rituali, come vestiti e statuette di plastica». 

Quali sono le conseguenze per la salute della popolazione?
«Ad alcuni apparentemente non succede nulla. Altre persone invece si ammalano. Oppure hanno problemi alla pelle». 

A questo film è abbinata un'operazione ecologica decisamente particolare. 
 «Dato che l’inquinamento della Yamuna è visibile ho voluto rendere visibile anche l’inquinamento creato per realizzare questo filmato. Ho voluto compensare la CO2 prodotta: dall'uso del computer ai due viaggi in India, alle varie trasferte tra cui molte coi mezzi pubblici». 

Quindi?
«Assieme all'Associazione Capriasca Ambiente abbiamo deciso di piantare 25 alberi che devono vivere per trent’anni. Le immagini di questi alberi appaiono alla fine del documentario. E fanno capire che non siamo per niente nella giusta direzione. La stima l'ho fatta grazie a un ingegnere forestale. È impressionante pensare che devono servire 30 anni di vita di 25 alberi per compensare tutta la produzione di un documentario di 76 minuti». 

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