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LUGANO

«Ho vissuto una vita di sguardi»

Quando aveva 2 anni, Alice ha perso la gamba sinistra. Oggi di anni ne ha 28 e non si ferma mai. Dai viaggi di lavoro ai tornei di padel. E da qualche mese racconta la sua vita (con tanta ironia) anche sui social
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«Ho vissuto una vita di sguardi»
Quando aveva 2 anni, Alice ha perso la gamba sinistra. Oggi di anni ne ha 28 e non si ferma mai. Dai viaggi di lavoro ai tornei di padel. E da qualche mese racconta la sua vita (con tanta ironia) anche sui social

LUGANO - «Quello sguardo mi creava tanta rabbia dentro. Perché non sapevo come spiegare che io potevo essere così e andava bene lo stesso». Con quegli sguardi, Alice si è scontrata a lungo. Per quasi tutta la sua vita.

Ventotto anni, ormai luganese d’adozione – dove si è trasferita nove anni fa, prima per studiare e poi trovando lavoro –, Alice ha perso una gamba quando era molto piccola. Eppure la sua vita oggi non è quella che, forse, molti potrebbero immaginare pensando a una persona che indossa una protesi. I viaggi di lavoro, gli allenamenti in palestra, i tornei di padel. Una vita normalissima. In realtà, quella normalità è riuscita a riconquistarla, per sé stessa, da tanto tempo. «Perché io avevo compreso cosa mi era successo, che ero in qualche modo diversa dagli altri, ma che ero a posto perché potevo fare tutto. Il “mondo esterno” però non la pensava come me». E così, vivere e raccontarsi apertamente come fa oggi, sempre con tanta ironia, sui social (ma anche nella vita reale, come testimonial per l’associazione Bionic People, ndr.) ha richiesto invece un percorso ben più lungo.

«Quando avevo circa due anni…»
Facciamo quindi un lungo passo indietro. «Avevo circa due anni quando si è capito che c'era qualcosa che non andava alla mia gamba sinistra», racconta Alice. «Non riuscivo ad appoggiarla. Al tatto si sentiva molto fredda. Ed era leggermente più piccola rispetto alla destra. Così abbiamo iniziato a fare delle visite. Per molto tempo a vuoto, perché nessuno capiva quale fosse il problema. “Si aggiusterà con la crescita”, pensava qualcuno…». Inutile dire che non è così che è andata. «Quando siamo arrivati al Buzzi di Milano, l’Ospedale dei bambini, la situazione era già molto grave». Nella metà inferiore della gamba sinistra la circolazione del sangue era pressoché assente. Bypass. Terapie iperbariche. Tutto, purtroppo, si rivelò inutile.

«La gamba piano piano è diventata nera» e «l'unica soluzione che c'è in quei casi purtroppo è l'amputazione. Hanno cercato di salvarmi il più possibile della gamba. Infatti la prima amputazione era sotto al ginocchio, il che sarebbe stato un vantaggio non indifferente. Ma c’era un’infezione in corso, la cancrena non si arrestava e quindi è stato necessario intervenire di nuovo, amputando fin sopra il ginocchio».

Prima il muro, poi il “coming out”
Proprio come in uno dei suoi video, Alice è molto serena quando racconta cosa le è accaduto e le ha, inevitabilmente, cambiato la vita. Il ricordo di quei giorni, fortunatamente, è stato smussato dalle nebbie della tenerissima età. Non quello degli sguardi, turbati, che l’hanno a lungo accompagnata. «Ho vissuto una vita di sguardi». Quelli di chi non riusciva a vedere lei ma solo ciò che le mancava.

«Già da bambina, mi chiedevo il perché e non capivo. Per questo ho sempre cercato di approcciarmi agli altri in modo molto semplice: “Ho questa cosa, però posso fare tutto come lo fai tu…”. Ma anche così, mi trovavo un muro davanti e non sapevo cosa fare per superarlo. Mi sentivo come se gli altri cercassero di distruggere quello che avevo, che per me era un tesoro da custodire». La sua normalità. E così, lei stessa alzò il suo “muro”. «Ho preso la decisione di tenermi questa cosa per me. Non l’ho più detto a nessuno e penso di essere stata brava nel farlo, perché nei movimenti e dal modo in cui faccio le cose, non si nota nulla. Non ho detto nulla per tutto il periodo della scuola. Nessuno sapeva niente».

Una decisione radicale ma che Alice difende ancora oggi. «Può sembrare che abbia rinunciato a essere me stessa. Ma in realtà non mi pento di averlo fatto». Serviva «lavorare su me stessa». Servivano gli «strumenti» giusti. «E all'epoca non era proprio possibile. Dipendeva probabilmente anche da me. Non sapevo cosa fare, perché era una cosa troppo grande. E non c’era mai una persona che mi dicesse: “Vai bene così”. E quindi dissi a me stessa: “Non è ancora il momento”».

Quel momento, però, finalmente arriva. Senza alcun preavviso. È una mattina dell’estate scorsa. «Io vado molto a sensazioni», ci confida. E mentre sorseggiava un caffè a casa, prende forma quel «ma chi se ne frega?» – che, ci tiene a sottolinearlo, ha pronunciato «ad alta voce» – che in un attimo la alleggerisce da una zavorra fatta di «mille domande» e insicurezze. E se prima «mi facevo una foto, o un video, però non mostrando mai totalmente me stessa», da quel momento «faccio quello che mi sento di fare, senza pensarci». Il video pubblicato quel giorno è stato una liberazione. «Lo definisco come un “coming out”, perché tante persone non lo sapevano. E non mi importava chi lo vedesse o meno. Anche se ci fossero stati feedback negativi. Dovevo fare quella cosa. Io in quel momento ero pronta».

«Gli sguardi? Qualcuno l’ho cambiato»
Un salto oltre gli sguardi. Che però restano. E quindi glielo chiedo: ti succede ancora di incrociarli? Fanno meno male di prima? «Capita ancora e capiterà sempre». Ma «adesso cerco di spiegare agli altri. E soprattutto, non resto più indifferente. Perché l’indifferenza alla fine è quella che mi creava tanta rabbia. Rimanevo così e la mia giornata non era più come prima perché ripensavo a quello sguardo. Ora invece provo a cambiare qualcosa» in quegli occhi. «Poi, come dicevo, ci sarà sempre qualche sguardo un po' così ma ho capito che non è colpa mia. E così facendo, qualche sguardo, alla fine, sono riuscita a cambiarlo».

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