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SVIZZERA«Le sanzioni sono un forte simbolo della neutralità svizzera»

02.03.22 - 06:00
Con un po' di ritardo, la Svizzera aderisce alla posizione dell'Uniuone europea. E arrivano le prime critiche.
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Fonte 20 Minuten/Claudia Blumer/Bettina Zanni
«Le sanzioni sono un forte simbolo della neutralità svizzera»
Con un po' di ritardo, la Svizzera aderisce alla posizione dell'Uniuone europea. E arrivano le prime critiche.
Diversi ex ambasciatori appoggiano la scelta del Consiglio federale sottolineando l'impatto che potrebbe avere mostrarsi indifferenti all'intervento russo.

ZURIGO - Nessun tentennamento, ma una presa di posizione decisa. La Svizzera lunedì ha comunicato di voler adottare sanzioni più severe nei confronti della Russia, seguendo di fatto i passi già mossi dall'Unione Europea. «La Svizzera sta dalla parte dell'Ucraina e del suo popolo», ha sottolineato Cassis annunciando tutta una serie di misure a scapito degli invasori.

I critici - Una scelta, questa, che non è stata accolta da tutti allo stesso modo. «Il fatto che si appoggino tutte le sanzioni dell'UE comporta grandi rischi», sostiene Roland Rino Büchel, Consigliere nazionale Udc e membro del Comitato di politica estera.

Con questa manovra, secondo Büchel viene messa a repentaglio la comprovata neutralità svizzera. A suo avviso, insomma, sarebbe più opportuno decidere autonomamente quali sanzioni adottare.

«La neutralità è storia» - Anche l'esperto finanziario tedesco Ernst Wolff, che ha vissuto in Svizzera per diversi anni, parla di una perdita di imparzialità. «Ora la neutralità è ufficialmente storia», ha scritto su Twitter.

I precedenti - Non è la prima volta che la Svizzera adotta sanzioni contro un Paese. Nel 1990 ha aderito alle misure contro l'Iraq e nel 1991 contro la Jugoslavia. «Poiché da tempo non hanno luogo guerre convenzionali, molti ora confondono il concetto di neutralità con la pratica di una politica estera prudente», afferma Sacha Zala, professore all'Università di Berna. «La Svizzera non si comporterebbe più in modo neutrale, semmai, se si unisse agli interventi militari».

Una «politica di interesse» - La posizione adottata nei confronti della guerra in Ucraina ha ricevuto anche molti consensi. L'ex ambasciatore Thomas Borer lunedì ha difeso con veemenza la decisione del Consiglio federale, soprattutto per quanto riguarda la neutralità. «Questa è l'unica cosa giusta», ha dichiarato. Per Borer, una politica neutrale non è altro che una politica di interesse e la piena accettazione delle sanzioni fa assolutamente comodo della Svizzera. «La neutralità non è mai economica o politica, e non lo è mai stata. Ma solo militare. Immaginiamoci il danno reputazionale se la Svizzera sostenesse un criminale di guerra», ha aggiunto. Inoltre, procedere diversamente potrebbe avere conseguenze economiche, perché la Svizzera rischierebbe a sua volta sanzioni.

«La neutralità finisce dove inizia l'indifferenza» - Anche Tobias Vestner, responsabile del programma "Security and Law" presso il Geneva Center for Security Policy (GCSP), vede l'adozione delle sanzioni dell'UE come un «forte simbolo della neutralità svizzera». Secondo Vestner, semmai, «la neutralità finisce dove inizia l'indifferenza». Insomma, se la Svizzera non appoggiasse le sanzioni, diventerebbe automaticamente sostenitrice della Russia.

Alcuni sostenitori, tuttavia, riescono a comprendere le critiche. «Se interpreti la neutralità in modo puristico, puoi arrivare alla conclusione che è stata abusata», afferma Max Schweizer, per lungo tempo diplomatico pressi Dipartimento degli esteri svizzero. Ma per Schweizer l'attacco all'Ucraina è una flagrante violazione del diritto internazionale. «Un convoglio di veicoli lungo 60 chilometri in marcia verso Kiev è un'immagine che nessuno vuole più vedere».

Anche l'ex ambasciatore Paul Widmer assume una posizione diplomatica. Per lui è importante che la Svizzera non adotti automaticamente le decisioni dell'UE, ma che prima le analizzi e poi decida in autonomia. «In queste circostanze avrei potuto convivere con la possibilità che il Consiglio federale non avesse accettato le sanzioni dell'UE. Fornire armi, come sta facendo la Svezia, ad esempio, non sarebbe possibile per la Svizzera».

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