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LUGANO

«Una faida d’amore». Condannata a quattro anni e nove mesi

La decisione della corte: tentato omicidio per dolo eventuale. Sancita anche l'espulsione dalla Svizzera per sette anni
Rescue Media
«Una faida d’amore». Condannata a quattro anni e nove mesi
La decisione della corte: tentato omicidio per dolo eventuale. Sancita anche l'espulsione dalla Svizzera per sette anni

LUGANO - «Il culmine violento di dinamiche ripetitive». Alla fine, è stata di quattro anni e nove mesi la condanna decisa dal giudice Curzio Guscetti nei confronti di una 42enne, ritenuta colpevole di aver ferito al collo, con lo stelo di un calice, un 46enne, la mattina del 22 ottobre in via Massagno a Lugano.

"Sposata" la linea dell'accusa - Confermato, quindi, il capo d’imputazione richiesto dall’accusa di tentato omicidio per dolo eventuale. Per la donna è stata disposta anche l’espulsione per sette anni dalla Svizzera, oltre al risarcimento per torto morale alla vittima. «Il culmine violento di dinamiche ripetitive - ha spiegato il presidente della corte delle Assise criminali - una faida d’amore» connotata da «un morboso attaccamento».

La convergenza sulle testimonianze - La corte non ha avuto dubbi nell’identificare l’imputata come l’autrice dell’aggressione. «Ciò si evince non solo per certe dichiarazioni della vittima, ma anche per la convergenza delle testimonianze dei due uomini». Per questi ultimi «la donna ha dapprima rotto il calice sul tavolo. Poi ha approfittato di una distrazione per colpire la vittima. Quanto dichiarato è ritenuto credibile per l’affetto provato dai due nei confronti di lei».

«Un'ipotesi grottesca e delirante» - Il giudice ha ritenuto infine «grottesca e delirante l’ipotesi che gli uomini fossero in combutta per dare la colpa alla donna». Durante il processo, l’imputata, lo ricordiamo, ha affermato di «aver scagliato il calice nel vuoto», ma non di aver aggredito il suo ex fidanzato con un pezzo di vetro. 

L'accusa: «Ha agito per rabbia» - Nella sua requisitoria, la procuratrice pubblica Veronica Lipari aveva evidenziato che la donna «ha agito per rabbia, spinta dal risentimento per le continue ingiustizie che era convinta di aver subito». Con la vittima, la relazione era «disfunzionale e tossica. L’imputata è una persona eccessivamente collerica, ferita nell’amor proprio».

La difesa: «Dipendenza patologica, non aggressività» - Per la difesa, rappresentata da Nuria Regazzi, «la relazione fra l’imputata e la vittima si trasforma in angoscia. Da parte di lei c’è una dipendenza patologica, non è aggressività. Ha lanciato il calice per un gesto impulsivo, senza mirare. Non lo ha ferito con lo stelo di un bicchiere».

«Nessuna credibilità» - Per l’avvocato le dichiarazioni del 46enne «sono dettate dalla volontà di ottenere un risarcimento economico. Lui e l’amico al momento dei fatti erano ubriachi e alterati da sostanze. Hanno cambiato più volte versione. Quale credibilità possono avere? Per la difesa, nessuna».

«Non è tentato omicidio per dolo eventuale» - Da qui la richiesta di proscioglimento per il reato principale, quello di tentato omicidio per dolo eventuale. La difesa si era opposta all’espulsione e aveva chiesto un risarcimento per ingiusta detenzione.

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