«È gratificante vedere gli occhi di chi sa di potere morire»

Dietro le quinte di un tema delicatissimo: mentre in tanti Stati resta tabù, in Svizzera il ricorso al suicidio assistito è in crescita. Ernesto Streit, responsabile di Exit in Ticino: «Ho accompagnato anche diverse persone religiose. La fede non sempre c’entra».
BELLINZONA - Cresce il ricorso al suicidio assistito in Svizzera: complice la legalizzazione dello strumento, il numero di over 85 che scelgono di togliersi la vita in questo modo oggi è quadruplicato rispetto a 25 anni fa. Recentemente il Parlamento dei giovani a Berna ha proposto l’introduzione del tema a scuola, ponendo l’accento sulle questioni morali.
Ma come funziona davvero il suicidio assistito? Ernesto Streit, responsabile di Exit in Ticino, una delle associazioni in Svizzera a occuparsi della pratica, spiega: «Attualmente in tutto il Paese abbiamo oltre 195’000 persone iscritte, 3'000 in Ticino. Il numero aumenta di circa 15’000 unità all’anno».
Come ci si iscrive a Exit?
«L’iscrizione può essere effettuata online compilando il formulario disponibile sul nostro sito. In alternativa è possibile iscriversi tramite formulario cartaceo, da richiedere ai nostri uffici a Giubiasco. Possono iscriversi tutte le persone maggiorenni che possiedono la cittadinanza svizzera oppure, nel caso di cittadini stranieri, la residenza in Svizzera. Diverso il discorso per le altre associazioni che si occupano anche di persone che arrivano dall’estero. La quota associativa è di 45 franchi all’anno oppure di 1’100 franchi per l’affiliazione a vita».
Il tema è delicatissimo. Quando una persona può ricorrere a Exit? E quando invece no?
«Una persona può rivolgersi a Exit quando ritiene che la propria qualità di vita non ci sia più. Si tratta di una valutazione soggettiva, diversa per ogni individuo. Tuttavia, il fatto di contattare Exit non implica automaticamente che il suicidio assistito venga poi autorizzato».
E come si arriva a un’autorizzazione?
«Per procedere, la persona deve essere in grado di intendere e di volere, e questa capacità deve essere certificata da un medico. Inoltre, il medico che redige la ricetta per il medicinale letale deve poter concludere che il desiderio di morte sia giustificato. Ciò avviene tipicamente in presenza di malattie terminali o di sofferenze gravi e persistenti».
Si dice che la persona debba inoltre essere in grado di compiere autonomamente l’atto che porta alla morte. È così?
«Sì. Deve bere da sola il medicinale letale. Oppure nel caso di accompagnamento tramite infusione endovenosa, aprire autonomamente l’infusione. Se la persona perde la capacità di intendere e di volere, o non ha la capacità di compiere essa stessa l'atto che induce la morte, il suicidio assistito non è più possibile».
E come funziona ad esempio per le persone malate di Alzheimer?
«La presenza di una malattia come l’Alzheimer non significa automaticamente che la persona non sia più in grado di intendere e di volere. La malattia può essere diagnosticata in una fase iniziale, durante la quale il paziente mantiene ancora le capacità cognitive necessarie. In questo lasso di tempo è possibile accedere al suicidio assistito, prima che si verifichi una perdita totale della capacità di intendere. Lo stesso vale in caso di ictus o di SLA».
Come vengono trattate le richieste di persone con gravi malattie psichiatriche?
«In caso di patologie psichiatriche l’accompagnamento al suicidio non è escluso a priori. In questi casi sono necessarie perizie psichiatriche. Se le perizie giungono alla conclusione che la persona è in grado di intendere e di volere nell’ottica del suicidio assistito, e allo stesso tempo sono state messe in atto tutte le alternative terapeutiche ragionevoli senza un miglioramento, allora il suicidio assistito può essere preso in considerazione».
Secondo lei in Svizzera l'opinione pubblica è ancora restia a parlare di morte assistita?
«No, la maggioranza della popolazione svizzera affronta il tema e si esprime in modo favorevole. Lo dimostrano chiaramente gli esiti delle votazioni: l’ultima, in ordine di tempo, nel Canton Vallese, dove il 76% dei votanti si è dichiarato a favore del suicidio assistito nelle case di cura finanziate dallo Stato».
È difficile trovare degli spazi in cui praticare il suicidio assistito?
«Il 99% dei suicidi assistiti avviene presso il domicilio della persona. Poiché questo è generalmente il desiderio di chi vi ricorre. La maggior parte delle persone vuole compiere questo passo nel proprio ambiente familiare e in presenza delle persone care».
"Chi si suicida va all'inferno". Quante volte l'abbiamo sentito dire nella cultura cattolica. La fede frena il ricorso a Exit?
«L’atteggiamento nei confronti del suicidio assistito è personale e varia da individuo a individuo. Ho accompagnato personalmente anche persone molto credenti. Ricordo in particolare una persona che disse: “Il Signore è talmente grande che comprende la mia immane sofferenza e sicuramente mi perdonerà"».
Oggi c'è una specie di corsa della scienza a farci vivere di più. Anche a costo di accanirsi terapeuticamente sul paziente. Qual è la sua visione?
«La scienza medica compie grandi progressi. Spesso questi progressi sono preziosi, ma la loro applicazione non è sempre sensata. Che significato ha sottoporre un paziente oncologico terminale a cicli ripetuti di chemioterapia che, a volte, prolungano la sopravvivenza di pochi mesi, spesso a scapito della qualità di vita?»
Lei quando ha deciso di fare parte di Exit e perché?
«Mi sono iscritto oltre vent’anni fa. Oggi ne ho 73. Ero entrato in contatto con una persona che doveva sottoporsi a un intervento al cuore e voleva essere certa che, in caso di gravi complicazioni, non venisse sottoposta ad accanimento terapeutico. Mi sono quindi documentato sul suicidio assistito. Ho trovato questa possibilità coerente con il mio modo di pensare e ho deciso di iscrivermi. Dodici anni fa, quando Exit era alla ricerca di nuovi accompagnatori al suicidio, mi sono candidato, ho seguito la formazione e sono diventato attivo come accompagnatore».
Vedere morire una persona tramite Exit non le pesa moralmente?
«Personalmente non vivo alcun peso morale. È gratificante vedere la riconoscenza negli occhi della persona che richiede il suicidio assistito, quando dopo i dovuti accertamenti, le si può comunicare che il suo desiderio può essere esaudito. Diverso è il discorso per le persone che perdono un proprio caro. Tuttavia, queste persone nella maggior parte dei casi accettano, comprendono e rispettano la decisione del loro familiare. Naturalmente, il lutto per la perdita rimane e deve essere elaborato».
Con il suicido assistito la donazione degli organi è permessa?
«In teoria, la donazione degli organi sarebbe possibile. In pratica, allo stato attuale, non lo è. Il prelievo degli organi dovrebbe essere effettuato immediatamente dopo la morte. Nel caso del suicidio assistito, però, si tratta di una morte non naturale, che deve essere verificata dalla autorità. Queste verifiche, per quanto rapide, risultano comunque troppo lente per consentire un successivo espianto di organi».
Dunque?
«Per rendere possibile il recupero degli organi, il suicidio assistito dovrebbe avvenire in una struttura in grado di eseguire direttamente l’espianto, tipicamente un ospedale. Una simile soluzione aprirebbe però numerose questioni etiche. L’ Accademia svizzera delle scienze mediche sta esaminando la tematica e chissà...»
In tanti altri Paesi il suicidio assistito resta tabù. Queste resistenze degli altri Stati mettono la Svizzera quasi in cattiva luce dal punto di vista etico, non trova?
«No, non lo ritengo affatto. Anzi, molte popolazioni di altri Paesi ci guardano con una certa invidia e politicamente si stanno muovendo in questa direzione. Ricordo inoltre che per esempio Canada, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo adottano un approccio meno restrittivo rispetto alla Svizzera. In questi Paesi, infatti, la morte assistita è consentita anche quando la persona non è più in grado di intendere e di volere, a condizione che abbia espresso chiaramente il suo desiderio in precedenza, quando era ancora lucida».
Alcune cifre
In Svizzera quante persone si fanno accompagnare effettivamente al suicidio assistito nel corso di un anno? I dati disponibili sono quelli del 2024. A Exit hanno fatto ricorso 1'235 persone in tutto il Paese (29 in Ticino). A Exit Admd (dati 2021) 421. Sempre per lo stesso anno 212 persone hanno trovato la morte tramite Dignitas. Lifecircle invece ne conta un centinaio. Non sono noti i dati di Ex-International e Pegasos.



