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«Fare servizio pubblico come si faceva 30 anni fa non è preservazione ma un suicidio lento»

Al Palazzo dei Congressi il fronte del “sì“ all'iniziativa popolare “200 franchi bastano” ha esposto le sue motivazioni. Quadri: «Come essere abbonati per forza a un giornale tendenzioso che non vuoi leggere»
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«Fare servizio pubblico come si faceva 30 anni fa non è preservazione ma un suicidio lento»
Al Palazzo dei Congressi il fronte del “sì“ all'iniziativa popolare “200 franchi bastano” ha esposto le sue motivazioni. Quadri: «Come essere abbonati per forza a un giornale tendenzioso che non vuoi leggere»

LUGANO - Udc, Lega e non solo, oggi al Palazzo dei Congressi per la conferenza stampa a favore del fronte del sì all'iniziativa “200 franchi bastano”, in votazione l'8 marzo prossimo.

Un incontro che arriva dopo una massiccia campagna, con un vero e proprio fiume di prese di posizione, da parte del fronte dei contrari, e in una mattinata nevosa particolarmente ostica per la viabilità nel Luganese.

Erano presenti a esporre le motivazioni a favore dell'iniziativa: Piero Marchesi (Udc), Marco Bosshard (PLR), Gianmaria Frapolli (Lega), Lorenzo Quadri (Lega), Marco Chiesa (Udc) e Fabio Regazzi (il Centro).

Chiesa: «Una promessa non mantenuta»
«Quando nel 2018 gli svizzeri hanno detto “no“ all'iniziativa No Billag hanno confermato che sì, il servizio pubblico andava mantenuto», ha aperto la conferenza stampa Marco Chiesa, «detto questo, la SSR non ha mai mantenuto le promesse fatte, continuando per la sua strada nel segno delle assunzioni e dell'espansione».

Il risultato è stata una crescita del personale e dell'offerta: «Siamo arrivati a 25 emittenti, 17 radio e 8 canali televisivi, per quanto ci riguarda, è necessario ritornare all'essenziale», continua il municipale luganese, «con “200 franchi bastano” si parla di 850 milioni di franchi l'anno, che sono una cifra comunque notevole. Di sicuro sarà necessario riformare, semplificare e concentrarsi sul mandato: informazione, anche locale, e cultura».

L'iniziativa, secondo Chiesa «non chiude le porte al servizio pubblico, ma le apre portando l'azienda fuori dal monopolio protetto e nella logica del libero mercato. Non si salva un'azienda con la nostalgia», aggiunge, «ma con il coraggio di andare avanti».

Un «elefante» “rosso“
Fra i sassolini nella scarpa che Chiesa non ha mancato di togliersi durante la conferenza c’è la questione della parzialità del servizio pubblico: «La SSR, e anche la RSI, è tendenzialmente un media di sinistra, è impossibile non vederlo: devo fare qualche nome? Canetta, Sofia, Antonini, Erroi… Come mai il PS finanzia con 8 milioni di franchi un’azienda che – è provato – ha dipendenti schierati, o ex dipendenti che diventano poi granconsiglieri o scrivono settimanalmente contro il centrodestra e il nostro settore imprenditoriale?».

Altro aspetto critico è quello dei soldi: «Ormai siamo arrivati a un servizio pubblico che non ha nessun freno e nessun limite, una sorta di elefante che fra associazioni regionali e non, si autoalimenta», continua il democentrista. «Si parla di milioni e milioni di franchi che finiscono soprattutto nelle alte sfere della dirigenza. Basta guardare gli organigrammi: quanto prende un manager del servizio pubblico? Dai 200mila franchi l’anno fino a 390mila franchi e addirittura 520mila franchi per la Wille (Susanne, direttrice SSR, ndr.)… cifre che parlano da sole».

Regazzi: «Per le aziende, un capestro»
Per il consigliere di Stato centrista Fabio Regazzi «non bisogna fare di costi, priorità ed efficienza un attacco alla democrazia, quanto piuttosto un esercizio di responsabilità», argomenta, «se la logica della sostenibilità vale per la vita, e l'imprenditoria, “civile” non vedo perché non debba valere anche per il servizio pubblico».

Per Regazzi, il tasto dolente è quello legato alla doppia imposizione delle aziende: «Bisogna pagarlo anche se non lo si usa, anche se la ditta in questione è in perdita e anche se, in ogni caso, anche tutti i dipendenti della stessa già lo pagano per la propria economia domestica».

Si parla anche di migliaia di franchi, indipendentemente dalla salute dell'azienda stessa: «Cito il caso di un garagista di Winterthur che mi ha scritto di recente», continua Regazzi, «e che nel 2025 ha pagato quasi 7'000 franchi di imposta radio-tv anche se quell'anno l'azienda l'ha finito in perdita. Mi ha detto: “abbiamo pagato più di canone che di imposte”. Ecco, questo non è un approccio salutare per la nostra imprenditoria fatta di piccole e medie imprese che già si trovano in un momento delicato. Questi sono soldi persi e che non potranno essere reinvestiti in nessun modo».

«Ingiurie quotidiane» e «attacchi gratuiti»
Regazzi è uno dei pochi esponenti, al di fuori dell’asse Udc-Lega, ad essersi esposto “mettendoci la faccia” – come si dice – per sostenere l’iniziativa: «Si è scatenato un putiferio… ho ricevuto diverse pressioni, diverse email molto sgradevoli e attacchi gratuiti», conferma, «ma dopo tanti anni in politica devo dire che ormai lo stomaco me lo sono fatto».

Il consigliere di Stato del Centro ne ha fatta però una questione di principio: «È una battaglia che ho deciso di portare avanti, per me non è semplice coerenza ma anche l’unico modo per arrivare all’obiettivo che mi sono prefissato, ovvero eliminare questa ingiustizia che è la doppia imposizione per le aziende», conclude. «Le ingiurie che riceve chi sostiene questa iniziativa sono quotidiane», conferma Lorenzo Quadri, «ci dipingono come nemici del popolo, o peggio».

Quadri: «Come ricevere a casa un giornale a cui non ti sei mai abbonato»
«La situazione attuale del servizio pubblico è antistorica e fuori dalle logiche di mercato di oggi», chiosa invece Lorenzo Quadri che era già fra i sostenitori di No Billag, Lorenzo Quadri, «nell'era dell'on demand e dello streaming essere costretti a pagare un obolo per un prodotto che non ci interessa, e che spesso e volentieri è anche tendenzioso. È un po' come ricevere a casa un giornale che non vogliamo leggere e a cui non ci siamo abbonati».

Una tassa «totalmente scollegata dal consumo» che penalizza soprattutto i giovani: «sono quelli che praticamente non guardano la tv ma devono comunque pagare più di 300 franchi all'anno». Lo stesso discorso, secondo lui, vale «per circa il 70% del popolo svizzero che non si ritrova nell'ideologia di sinistra promossa da una parte dei programmi del servizio pubblico».

Quadri risponde per le rime all'argomento più forte dei contrari, ovvero l'impatto economico, sociale (e culturale) dell'iniziativa: «Quello dei posti di lavoro è un ricatto vero e proprio anche perché l'azienda ha continuato a espandersi negli ultimi anni, continuando ad assumere. La verità è che la SRG-SSR è diventata una sorta di “mucca sacra” e nel canone “tettano” tutti quanti».

Marchesi: «È un suicidio lento»
Ripartire non da una tabula rasa, ma dal nucleo del mandato originale. È questa la chiave di lettura esposta nell'intervento di Piero Marchesi: «Al momento l'offerta della SRG/SSR è ampia, comprende una lunga serie di trasmissioni fra le quali anche dei reality show e prodotti d'intrattenimento francamente criticabili», spiega, «con un canone da 200 franchi si potrebbe ricominciare da un'offerta basilare ed essenziale. A questa si potrebbero poi affiancare altre offerte, per chi sarà interessato, che comprenda i sopracitati prodotti d'intrattenimento. Sarebbe un sistema di funzionamento nuovo, certo, ma che è senz'altro più in linea con le abitudini di consumo di oggi».

«Fare servizio pubblico come si faceva 30 anni fa non è preservazione ma un suicidio lento», continua il democentrista, «questa iniziativa obbligherà la politica e la SSR a ripensare i confini di un'azienda che ormai non ne ha più».

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