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MARIA PIA AMBROSETTI

Smartphone bocciati, tablet promossi: la contraddizione della scuola digitale

Maria Pia Ambrosetti, Granconsigliera per HelvEthica Ticino
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Fonte MARIA PIA AMBROSETTI
Smartphone bocciati, tablet promossi: la contraddizione della scuola digitale
Maria Pia Ambrosetti, Granconsigliera per HelvEthica Ticino

Da oggi, 30 marzo, entra in vigore in Ticino il divieto esteso degli smartphone in tutta la scuola dell’obbligo. Le nuove direttive del Dipartimento dell’educazione prevedono che i dispositivi personali siano sempre spenti e non visibili per l’intera durata delle attività scolastiche. La motivazione è esplicita: l’uso eccessivo dei dispositivi digitali rappresenta un problema di salute pubblica e incide negativamente sulla concentrazione e sulle relazioni sociali degli allievi.

Si tratta di una decisione importante, che riconosce finalmente un dato ormai evidente: la presenza costante degli schermi nella vita dei giovani non è neutra, ma ha conseguenze cognitive, sociali ed educative. Tuttavia, proprio questa presa di coscienza solleva una domanda inevitabile: se il digitale è un problema, perché la nostra scuola continua a promuoverlo attraverso tablet, piattaforme e didattica digitalizzata, quando in paesi come la Svezia e la Danimarca, precursori della digitalizzazione, si sta facendo marcia indietro?

È qui che emerge una contraddizione sempre più difficile da ignorare.

Da un lato, si vietano gli smartphone perché distraggono, frammentano l’attenzione e ostacolano l’apprendimento. Dall’altro, si consegnano agli studenti strumenti digitali analoghi — i tablet — sostenendo che, se usati “a fini didattici”, diventano improvvisamente utili. Ma questa distinzione regge davvero?

Il neuroscienziato Michel Desmurget, nel libro La fabrique du crétin digital (La fabbrica del cretino digitale) contesta proprio questo presupposto. Secondo le ricerche che cita, l’esposizione agli schermi non migliora le capacità cognitive degli studenti, ma tende a ridurre l’attenzione, la memoria e la qualità dell’apprendimento. In particolare, Desmurget smonta il mito secondo cui il digitale renderebbe gli studenti più competenti: al contrario, l’uso intensivo degli schermi è associato a risultati scolastici peggiori e a una maggiore superficialità nella comprensione dei contenuti.

A queste conclusioni si aggiungono quelle della 7ª Commissione del Senato italiano, che ha affrontato il tema in modo diretto e senza ambiguità. Nel suo rapporto si afferma che «non è esagerato dire che il digitale sta decerebrando le nuove generazioni». Una formulazione forte, ma accompagnata da una spiegazione precisa: «il cervello agisce come un muscolo e si sviluppa in base all’uso che se ne fa», mentre l’uso dei dispositivi digitali — così come la scrittura su tastiera elettronica al posto della scrittura a mano — non sollecita adeguatamente le funzioni cognitive. In altre parole, non è solo una questione di distrazione, ma di sviluppo cerebrale.

Il problema, dunque, non è semplicemente lo smartphone, ma il modello educativo nel suo complesso. Se si riconosce che l’eccesso di digitale è dannoso, la questione non può essere limitata al dispositivo personale. Occorre interrogarsi sul ruolo stesso della tecnologia nell’apprendimento.

In questo senso, la scuola potrebbe svolgere una funzione diversa: non amplificare l’esposizione digitale già presente nella vita quotidiana degli studenti, ma compensarla, privilegiando la lettura su carta, la scrittura manuale, la concentrazione prolungata e l’interazione diretta. In altre parole, offrire ciò che oggi manca.

Vi è poi un aspetto raramente affrontato: quello dei costi, sia per gli elevati consumi energetici che per la messa in opera della tecnologia. La digitalizzazione della scuola implica investimenti significativi in dispositivi, infrastrutture e manutenzione, senza che esista un consenso scientifico chiaro sui benefici educativi. In un contesto di risorse pubbliche limitate, la domanda è legittima: ha senso continuare a investire in una direzione i cui effetti sono quantomeno controversi?

Il divieto degli smartphone rappresenta dunque un primo passo, ma rischia di restare una misura parziale se non viene accompagnato da una riflessione più ampia. Perché il vero nodo non è quale dispositivo vietare, ma quale idea di scuola si vuole costruire.

Alla luce di queste considerazioni, una domanda si impone anche per il nostro Cantone: a quando una valutazione seria, indipendente e basata su evidenze dell’impatto del digitale nella scuola ticinese?

È tempo di uscire dalle ambiguità. Non si può da un lato riconoscere che il digitale compromette attenzione, apprendimento e sviluppo cognitivo, e dall’altro continuare a introdurlo sistematicamente nelle aule.

Prima di proseguire su questa strada — e di investire ulteriori risorse pubbliche in un modello educativo sempre più digitalizzato — è necessario fermarsi e verificare. Non tra qualche anno, ma ora.

Perché qui non è in gioco una semplice scelta didattica, ma la formazione intellettuale delle nuove generazioni. E su questo non sono ammesse sperimentazioni alla cieca.

Maria Pia Ambrosetti, Granconsigliera per HelvEthica Ticino

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