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17.08.2020 - 17:480

L'iniziativa UDC danneggia la ricerca medica

Franco Cavalli, presidente Fondazione IOR

L’iniziativa che l’UDC ha furbescamente chiamato «Per un’immigrazione moderata» è sicuramente il tema dominante tra i vari oggetti su cui voteremo il prossimo 27 settembre. Come capitato già altre volte, anche in questo caso il titolo e l’obiettivo apparente dell’iniziativa non corrispondono con quanto si vuole in realtà ottenere: dietro alla promessa di abolire la libera circolazione e limitare l’immigrazione, l’UDC nasconde in realtà il vero obiettivo, e cioè la soppressione di quei pochi diritti che i lavoratori di questo Paese hanno conquistato con le misure di accompagnamento alla libera circolazione, avversate da sempre dalla parte più reazionaria del nostro mondo economico e dall’UDC.

Se questa iniziativa fosse approvata, ripiomberemmo difatti nel girone infernale dello statuto dello stagionale, dei contingenti e di altre sconcezze che per decenni hanno costretto la manodopera straniera a una vita disumana e hanno aumentato lo sfruttamento e la pressione sui salari di tutti i lavoratori in Svizzera.

Certo, la libera circolazione e gli accordi bilaterali hanno amplificato quei fenomeni di dumping salariale che erano però iniziati già ben prima. Con misure d’accompagnamento ben più incisive, sempre richieste a gran voce dai sindacati e dalla sinistra, ma altrettanto regolarmente bocciate da UDC, liberali e mondo economico, si sarebbero potuti quasi azzerare, e non solo attutire come è stato il caso, gli effetti negativi della libera circolazione sul mercato del lavoro. Certo, di fronte a queste posizioni e ai piani regressivi degli ambienti padronali (Economiesuisse, USAM e compagnia bella) per il dopo pandemia, di pancia verrebbe voglia di votare sì, tanto per far saltare il banco. Ma così facendo faremmo il gioco di questi nemici del popolo, che riuscirebbero a deregolamentare ancora di più il nostro mercato del lavoro, e finiremmo così tutti dalla padella nella brace.

Ma personalmente mi preoccupa anche molto il disastro che si abbatterebbe nel caso di un sì all’iniziativa sul mondo della ricerca in Svizzera, ma soprattutto in Ticino. Sappiamo tutti che in un Paese come il nostro, privo di materie prime, il benessere economico dipende in modo preponderante da quanto produce la ricerca. Se ciò era vero già ieri, lo è maggiormente oggi e lo sarà ancora molto di più domani. Ecco perché tutto il mondo della ricerca svizzera si sta mobilitando in modo massiccio per far capire alle elettrici e agli elettori a quale disastro andremmo incontro se l’iniziativa UDC fosse accettata. La ricerca oggi può essere solo multidisciplinare, interconnessa e strettamente collegata a livello internazionale: ne abbiamo avuto una prova durante questa pandemia. I tempi in cui un piccolo Paese come il nostro poteva permettersi di fare ricerca competitiva in modo autarchico sono definitivamente tramontati. Ed è lapalissiano che l’abolizione della libera circolazione e degli accordi bilaterali taglierebbe i ponti con la ricerca europea che conta. Per farmi capire mi baso sull’esempio del polo di ricerca in scienze della vita di Bellinzona (IRB e IOR in particolare). Se in meno di 20 anni e partendo praticamente da zero (in Ticino c’era scarsissima esperienza nella ricerca scientifica) siamo riusciti a diventare un centro di competenza nazionale, ma anche internazionale, lo dobbiamo in gran parte alla libera circolazione e agli accordi bilaterali. In parte per le decine di milioni di euro convogliati a Bellinzona da Bruxelles per sostenere progetti scientifici da noi concepiti. Ma ancora più importante è stato il poter attirare in Ticino da tutta Europa, ma soprattutto dalla vicina Italia, molti ricercatori estremamente promettenti, che non sarebbero però mai venuti se non avessero avuto la garanzia di poter partecipare a questi grant europei. Si tenga conto per esempio che il riuscire ad ottenere un cosiddetto grant ERC (European Research Council), i finanziamenti di più alto prestigio scientifico, garantisce poi l’ottenimento di una posizione professorale in qualsiasi università europea. Non sorprende quindi che la prima domanda che di solito ci pone qualsiasi candidato ad una posizione di ricerca a Bellinzona è: «Ma potrò partecipare alla competizione per i grant europei?».

Il tagliare i ponti con il mondo della ricerca europeo rappresenterebbe un grosso handicap per tutti gli istituti di ricerca svizzeri, ma soprattutto per quelli ticinesi, che non possono contare su centinaia d’anni di esperienze (come è il caso per i politecnici o le principali università svizzere) e che quindi hanno alle loro spalle un retroterra molto più debole.

Forse qualcuno, meno addentro in questo settore, potrebbe chiedere se non sia possibile contare soprattutto sui ricercatori svizzeri e ticinesi. Se è vero che la loro percentuale negli istituti bellinzonesi è in lenta, ma continua, ascesa, è però evidente che nessun centro di ricerca svizzero (neanche una potenza come il Politecnico di Zurigo) potrebbe vivere senza l’apporto di ricercatori stranieri e un collegamento internazionale stretto e continuo. Tant’è vero che anche in Gran Bretagna, dopo gli Stati Uniti il Paese più potente per quanto riguarda il settore della ricerca, tutto il mondo accademico si è battuto all’unisono e sino alla fine contro la Brexit. Ed ora diversi ricercatori di prestigio stanno abbandonando il Regno Unito, talora proprio verso la Svizzera. Il 27 settembre evitiamo quindi un clamoroso autogoal.

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