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L'OSPITE
14.05.2020 - 11:380

Il Covid-19 fra cooperazione e sovranità

Davide Haas, membro della Gioventù Comunista

La reazione dell’Unione Europea (UE) alla crisi sanitaria ed economica dovuta al Coronavirus ha nuovamente messo in mostra la sua vera natura e purtroppo, sebbene la Svizzera non ne sia membro, ne subisce da sempre a tutti gli effetti le decisioni; basti pensare alle scelte nefaste di deregolamentazione dei mercati, sostituzione di manodopera e privatizzazione dei servizi pubblici. Quella stessa Unione Europea che pretendeva dalla Confederazione, nel nome di chissà quale spirito comunitario, il cosiddetto «miliardo di coesione», pagato dai lavoratori svizzeri, per i Paesi dell’Est Europa che si sono rovinati collaborando con la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la NATO e la stessa UE, oggi nel pieno della pandemia si volta dall’altra parte. Bruxelles ha saputo d’altronde già in passato dimostrarsi un acceleratore di crisi, incapace di fornire aiuto anche solo ai suoi Stati membri: basti pensare alla richiesta di sostegno sanitario avanzata all’inizio dell’emergenza Coronavirus dal governo italiano, sfociata nel silenzio delle istituzioni europeiste.

Essendo l’UE fondata sui dogmi della più sfrenata liberalizzazione economica e dei mercati, non stupisce vederla disinteressarsi di ogni spirito solidale e, appunto, comunitario, preferendo piuttosto una corsa allo sciacallaggio delle risorse sanitarie. In questo contesto, mentre Germania e Francia bloccano alle frontiere mascherine e altre risorse sanitarie destinate al nostro Paese in cui questi prodotti scarseggiano, risalta l’attitudine di Cina e Cuba che inviano medici e materiale per soccorrere i Paesi europei che ne hanno bisogno (dichiarandosi anche pronti a correre in aiuto a quegli stessi USA che rispondono invece con embarghi e sanzioni unilaterali), dimostrando così che delle relazioni solidali tra nazioni sono sì possibili, ma fuori dalle dinamiche atlantiste.

In questo momento di crisi sanitaria ed economica ci troviamo di fatto di fronte all’ennesima prova della necessità, se vogliamo favorire realmente la cooperazione multilaterale fra gli Stati, di un rafforzamento proprio degli spazi di sovranità nazionale. Da questa crisi, la Svizzera deve imparare a riscoprire la sua sovranità economica, energetica, alimentare e produttiva al fine di garantire l’approvvigionamento del Paese in situazioni straordinarie che limitano drasticamente la tanto esaltata globalizzazione capitalistica.

Siamo consci che la piena autarchia è un’assurdità per la nostra realtà, ma lo è anche affidarsi totalmente all’esasperato globalismo liberale: la delocalizzazione industriale per sole ragioni di profitto e di costi crea problemi di riserve e carenze sul piano interno; il numerus clausus pensato per risparmiare sulla formazione dei medici rischiava di far collassare il sistema ospedaliero ticinese qualora Roma avesse precettato i frontalieri sanitari; ecc.

In tal senso occorre da un lato rafforzare l’economia produttiva svizzera (non solo quella speculativa) e imporre una pianificazione pubblica efficace per rispondere alle necessità della collettività, dall’altro è necessario diversificare maggiormente i propri partner esteri, rivolgendosi ora più che mai in via prioritaria all’area euroasiatica e ai Paesi emergenti così da rafforzare il consolidarsi di un mondo multipolare e non dover più dipendere unicamente da organizzazioni e governi liberali il cui solo interesse è lo sfruttamento degli altri Paesi.

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