Dal cartaceo al digitale, le sfide restano grandi: «È un momento significativo per i media svizzeri»

Colin Porlezza dell'Istituto di Media e Giornalismo dell'USI riflette sull'evoluzione di 20 Minuten (e 20 minuti) che da oggi non saranno più nelle cassettine blu, ma solo sul web.
SAVOSA - La chiusura di un giornale cartaceo non lascia solamente i suoi affezionati lettori in un vuoto, ma modifica in maniera importante il panorama mediatico di una regione (e di una nazione).
Non solo, si tratta comunque di un momento che riporta l'attenzione sullo stato dei media informativi, in un presente che non è mai stato così incerto.
Questo è ancora più vero se si parla di 20 Minuten, e di 20 minuti, il primo grande quotidiano gratuito capace di unire tutta la Svizzera, dal nord delle Alpi fino al Ticino.
Per tentare di inquadrare il significato di questo cambiamento, per certi versi epocale, abbiamo interpellato Colin Porlezza, professore associato di giornalismo digitale e direttore dell'Istituto di Media e Giornalismo (IMeG) dell'Università della Svizzera italiana (USI).
Prof. Porlezza, che lettura dà alla chiusura di un giornale gratuito come 20 Minuten/20 minuti nel panorama mediatico nazionale e locale?
La chiusura dell’edizione cartacea di 20 minuti va letta meno come la fine di un quotidiano “tradizionale” e più come l’esaurimento di un modello specifico di informazione gratuita, fortemente dipendente dalla pubblicità e da una costosa infrastruttura di stampa e distribuzione.
20 minuti non ha mai avuto abbonati paganti e ha basato la propria penetrazione su una rete capillare di contenitori in luoghi strategici.
Ma l’aumento strutturale dei costi di produzione, stampa e distribuzione rende oggi questo modello economicamente insostenibile, soprattutto in assenza di entrate da abbonamento che possa ammortizzarne il costo almeno in parte.
Nel panorama mediatico nazionale, la decisione è comunque significativa perché segna la scomparsa dell’unico quotidiano cartaceo nazionale, ma non risulta sorprendente: si inserisce in un processo più ampio di ristrutturazione del mercato della stampa, già osservato in altri contesti europei, in cui i costi crescenti accelerano il focus sulle strategie digitali.
In questa prospettiva, la chiusura appare come un tassello coerente di una strategia di digitalizzazione e di riorganizzazione delle redazioni, piuttosto che come un evento isolato. Inoltre, il marchio 20 minuti ha una comunità digitale forte che rende il passaggio più facile, anche se rimane da vedere come si svilupperà il progetto nei prossimi anni.
Secondo lei a chi mancherà di più? Chi, inteso come categoria sociale, ne sentirà di più la mancanza?
La stampa gratuita ha storicamente svolto una funzione di “porta d’ingresso” all’informazione.
Ma la lettura di quotidiani cartacei è in declino da anni, in particolare tra i giovani, ma anche tra le fasce d’età più mature, che dichiarano un uso sempre più sporadico dei media informativi tradizionali.
L’unico canale utilizzato con una certa regolarità per scopi informativi restano i social media, sebbene con modalità frammentate e spesso incidentali. In questo contesto, il rafforzamento della strategia digitale di 20 minuti, dove il brand è già fortemente radicato, appare sensato da un punto di vista economico.
È tuttavia importante sottolineare che, anche nell’ambiente digitale, il testo scritto rimane centrale come dimostrato da alcuni studi.
Ciò che viene meno, dunque, non è la scrittura giornalistica, ma una specifica forma di mediazione “materiale" dell’informazione.
In prospettiva, la perdita riguarda soprattutto la pluralità e la visibilità dell’offerta informativa nello spazio pubblico, in un panorama in cui le tirature delle testate cartacee sono destinate a ridursi ulteriormente nei prossimi anni.
La digitalizzazione dell'informazione è ormai un processo inevitabile. Quali sono - sempre secondo lei - le più grandi criticità legate al passaggio da carta stampata a web e social?
La digitalizzazione dei media non è tanto un processo inevitabile quanto una condizione già in atto. Sia l’infrastruttura mediale che le pratiche di consumo dell’informazione si sono trasformate radicalmente con l’avvento del digitale.
In Svizzera, circa la metà della popolazione indica ormai i canali digitali, cioè pagine web di news e piattaforme social, come principale fonte di informazione. Inoltre, media che in passato erano chiaramente separati, così come i loro formati, tendono oggi a fondersi.
Di conseguenza, diventano sempre più sfumati i confini tra comunicazione individuale o di massa. Post privati possono diventare virali, mentre contributi giornalistici tradizionali vengono rilanciati nelle reti digitali, talvolta condivisi fuori dal loro contesto, o possono essere alterati o prodotti interamente con l’intelligenza artificiale.
Questo processo modifica profondamente il modo in cui l’informazione viene prodotta, distribuita e interpretata nella sfera pubblica.
Inoltre, emerge la difficoltà crescente dei media giornalistici professionali a produrre informazione in un contesto economico sempre più difficile. Una parte consistente delle entrate pubblicitarie confluisce verso piattaforme come Google e Meta, mentre le risorse per la produzione giornalistica si riducono continuamente.
Nel medio periodo, credo che il settore del giornalismo continuerà a contrarsi. Ma credo anche che il giornalismo continuerà a esistere grazie alla sua funzione legata ai principi dell’illuminismo e della democrazia deliberativa.



