La forza del franco farà da scudo all'inflazione. Almeno per ora

L'importante è che la guerra non duri a lungo, secondo l'esperto di Oddo BHF Suisse
ZURIGO - L'escalation del conflitto in Medio Oriente fa schizzare al rialzo il prezzo del petrolio, ma la forza del franco attutisce l'impatto sui prezzi importati. L'analisi di un esperto: l'impennata dell'inflazione sarà meno grave che in altri paesi. Sempre che la guerra non duri a lungo.
A schermare l'economia della Confederazione dal caro-energia è il tradizionale ruolo della valuta elvetica come bene rifugio, spiega all'agenzia Awp Arthur Jurus, direttore degli investimenti della banca privata Oddo BHF Suisse. In tempi di crisi la moneta di Guglielmo Tell si rafforza e questo produce un effetto diretto e benefico sui prezzi: riduce il costo dei beni importati.
«L'apprezzamento del franco dovrebbe proseguire», afferma l'analista. Questo rafforzamento agirà da contrappeso all'aumento dei costi energetici. «Lo shock inflazionistico sarà meno importante che altrove». La partita, però, si gioca su due fronti: l'entità dello shock presente e la durata del conflitto futuro. Al momento, la forza del franco compensa il rincaro del petrolio, ma tutto dipende da quanto durerà la crisi.
Il problema, come sottolinea Jurus, è la difficoltà nell'avanzare previsioni. «A parte le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che afferma che la guerra durerà solo quattro o cinque settimane, non abbiamo alcuna visibilità». Le attuali proiezioni degli esperti si basano proprio su questa indicazione, che resta però una variabile politica, non una certezza.
Se la guerra dovesse invece protrarsi più a lungo il panorama cambierebbe radicalmente. In uno scenario di conflitto prolungato, l'impennata dei prezzi colpirebbe in modo massiccio non solo l'energia, ma l'intera filiera di trasporti e logistica. «Le difficoltà e i rischi legati all'approvvigionamento in un contesto di conflitto militare porterebbero a un aumento dei premi assicurativi», spiega Jurus, innescando una reazione a catena che farebbe schizzare i prezzi alla produzione.
E qui si aprirebbe un secondo, pericoloso fronte. Per contrastare una fiammata inflazionistica fuori controllo, le banche centrali potrebbero essere costrette a invertire la rotta. «In caso di prolungamento e intensificazione del conflitto gli istituti potrebbero smettere di tagliare i tassi, o addirittura iniziare ad aumentarli: questo è un rischio», avverte l'esperto. Un eventuale rialzo del costo del denaro avrebbe conseguenze pesanti non solo sui mercati azionari, ma anche sulla capacità delle imprese di indebitarsi e, di conseguenza, di investire.



